Le guerre di faglia

TO GO WITH AFP STORY BOSNIA-WAR-ANNIVERSARY (FILES) In this photo taken on April 22, 1996 a young boy plays on a tank in the Sarajevo neighbourhood of Grbavica. Bosnia on April 6, 2012 marks 20 years since the start of a war that has left the country’s Muslims, Serbs and Croats deeply divided as some warn it could become Europe’s failed state. AFP PHOTO / ODD ANDERSEN (Photo credit should read ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

Globalizzazione e mito

Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dal perenne giubilo per la globalizzazione, la si presentava come il farmaco[1] che avrebbe dovuto curare la conflittualità tra i popoli  liberi di sciamare da un orizzonte ad  all’altro  del globo. Si sarebbero conosciuti e dunque ogni pregiudizio sarebbe caduto in nome della fratellanza ritrovata. Tutti uguali, tutti vicini e senza frontiere. Lo spazio ed il tempo si sarebbero disintegrati dinanzi alla velocità dei mezzi di trasporto e dei voli a basso costo che avrebbe trasportato le folle liberate dagli angusti spazi delle nazioni in ogni luogo. Le pubblicità osannavano la vicinanza ritrovata vestendo bimbi di diverse etnie nello stesso modo, le differenze, fardello contro il progresso dei popoli in marcia sarebbero state trascese in nome di una uguaglianza imprecisa, nebulosa a livello concettuale, ma molto spendibile a livello di immagine. Uguaglianza epidermica, poiché eliminate le differenze, non restavano che i corpi da soddisfare nello stesso modo.  Dietro la commedia della globalizzazione che si concretizza nell’intercultura, nell’Erasmus, nel globo pronto all’uso della finanza, nel mercato del lavoro per cittadini sempre più precari invitati a cogliere le opportunità mondiali in un corale delirio di onnipotenza, non vi è che conflittualità. L’interconnessione ha aumentato in modo esponenziale i conflitti. La pace a cui inchinarsi ha il volto  dei lavoratori sradicati dalla loro patria, dalla loro cultura, dai loro affetti. La loro lingua è ora l’inglese nuovo passaporto per la precarietà mondiale ed imperitura. La torre di Babele della globalizzazione si curva pericolosamente, e dalle sue “faglie” è possibile scorgere la verità che un numero incalcolabile di immagini hanno cercato di occultare. L’interconnessione mondiale spacciata come opportunità, per tutti, mostra in modo sempre più evidente la sua verità: i conflitti aumentano, poiché la rete globale ha come unico fine il plusvalore. Il pianeta in questa fase imperiale del capitalismo non è che un immenso mercato da saccheggiare, pertanto la conflittualità dopo il crollo del muro di Berlino (9 Novembre 1989) è notevolmente aumentata. L’unica ideologia sopravvissuta è la crematistica[2] sostenuta dalla frammentazione dei blocchi, mondo multipolare, in cui le identità culturali non sono che un mezzo per compattare le identità mercantili  e geografiche l’una contro l’altra. Dietro il vessillo identitario si nasconde la verità che accomuna ogni gruppo identitario: la difesa dei propri mercati e lo sfondamento nell’altrui:

“La crescita economica genera instabilità politica sia sul piano interno che nei rapporti internazionali, alterando gli equilibri di potere tra paesi e regioni. L’interscambio economico mette gli uomini a contatto, ma non li avvicina. Storicamente, esso ha anzi sovente prodotto una maggiore coscienza delle differenze tra i popoli e stimolato paure reciproche. Il commercio tra paesi produce profitti ma anche conflitti. Se l’esperienza del passato conta qualcosa, l’Asia del fulgore economico genererà un’Asia piena di ombre politiche, un’Asia lacerata da instabilità e conflittualità. Lo sviluppo economico dell’Asia e la sempre maggiore autostima delle società asiatiche stanno disgregando l’ordine politico internazionale in almeno tre modi. 1) Lo sviluppo economico consente agli stati asiatici di espandere il proprio potenziale militare, genera incertezza sui rapporti futuri tra quei paesi e porta alla luce vertenze e rivalità rimaste sopite durante la Guerra fredda, accrescendo così la probabilità di conflitti e di instabilità nella regione. 2) Lo sviluppo economico accresce l’intensità dei conflitti tra le società asiatiche e l’Occidente, Stati Uniti in testa, e aumenta le possibilità per le società asiatiche di prevalere. 3) La crescita economica della maggiore potenza asiatica, la Cina, rafforza l’influenza cinese nella regione e la probabilità che la Rpc riaffermi la propria tradizionale egemonia in Asia orientale, costringendo così altre nazioni o ad «allinearsi» e adattarsi a tali sviluppi, oppure a fare da «contrappeso» e tentare di contenere l’influenza cinese[1]”.

Guerre di faglia

La caduta del muro non ha coinciso con il trionfo della democrazia come auspicato da Francis Fukuyama in La Fine della storia e l’ultimo uomo del 1992, ma ha segnato un innalzamento delle conflittualità. Il liberismo ha vinto per la sua intrinseca razionalità. Gli altri sistemi sono caduti per la loro irrazionalità. L’attuale regno del liberismo non è che irrazionalità dilagante, la dismisura in nome del plusvalore minaccia non solo i popoli, ma anche la sopravvivenza del pianeta. Gli esseri umani sono più vicini, possono raggiungersi facilmente, ma il trionfo del totalitarismo liberista non ha consentito il miglioramento qualitativo delle relazioni umane e tra gli stati, poiché la democrazia è solo formale, è diventata un immenso apparato finalizzato ad eseguire i comandi della finanza.  La caduta del muro non ha comportato il regno irenico che “ideologicamente” Francis Fukuyama auspicava, anzi la microconflittualità è crescente e complessa per gli innumerevoli rimandi geopolitici. Samuele Huntington  (New York, 18 aprile 1927 – Martha’s Vineyard, 24 dicembre 2008) in Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale descrive un altro scenario, ovvero il 1989 ha favorito i processi di disintegrazione del pianeta ed il riemergere di identità culturali che si ritenevano scomparse. La storia non è terminata, ma si constata una tensione crescente che si concretizza in innumerevoli guerre liberiste. La conflittualità nell’analisi di S. Huntington si  materializza con le guerre di faglia. Il conflitto di faglia è la verità della globalizzazione, essa non è un’internazionale dei popoli, ma un’internazionale della finanza  bellicosa. Nelle  guerre di faglia  i popoli a contatto nei luoghi di confine scaricano le tensioni accumulate a livelli più alti e che pertanto li vedono apparentemente protagonisti, ma in realtà non sono che vittime di giochi di potere decisi altrove:

“La conflittualità tra civiltà diverse assume due forme distinte. A livello locale, o microlivello, si verificano i cosiddetti conflitti di faglia {fault line conflicts) tra stati limitrofi appartenenti a civiltà diverse, tra gruppi di civiltà diverse che vivono all’interno di una stessa nazione, e tra gruppi che, come nel caso dell’ex Unione Sovietica e Jugoslavia, tentano di costruire nuovi stati dalle macerie di quelli vecchi. I conflitti di faglia sono prevalenti soprattutto tra musulmani e non musulmani[2]”.

Il ciclo delle guerre di faglia

Le guerre di faglia mostrano la loro verità durante le trattative di pace, quest’ultima è raggiunta non tanto per il diretto intervento delle parti coinvolte, ma per la mediazione delle potenze che controllano le aree di confine e non solo, pertanto la conflittualità di faglia è la testimonianza inoppugnabile che la fine del blocco comunista non ha comportato il trionfo delle democrazie e l’unità dei popoli, ma una interconnessione degli scambi senza conoscenza, senza confronto identitario, l’altro è solo mercato da conquistare. La conflittualità è divenuta la legge che regola i rapporti tra gli stati come all’interno di una stato. Sono innumerevoli le guerre di faglia e tutte rispondono alla medesima tragedia etica: i popoli accumulano con l’esperienza della guerra distanze emotive e culturali sempre pronte a riaccendersi in nuovi conflitti opportunamente utilizzati da altre potenze:

“La cessazione anche temporanea di una guerra di faglia dipende da due fattori. Il primo è l’esaustione delle parti belligeranti. A un certo punto, allorché le vittime sono decine di migliaia, i rifugiati centinaia di migliaia e le città – Beirut, Grozny, Vukovar – ridotte ad ammassi di rovine, la gente comincia a gridare «basta con questa follia», gli esponenti radicali di entrambe le parti non sono più in grado di aizzare la furia popolare, i negoziatori che per anni non hanno fatto che farfugliare tornano a farsi vivi, e i moderati prevalgono, raggiungendo una sorta di accordo per mettere fine alla carneficina. Nella primavera del 1994 la guerra nel Nagornyj-Karabach in corso ormai da sei anni aveva «stremato» tanto gli armeni quanto gli azeri, che concordarono dunque una tregua. Allo stesso modo, è stato riferito che nell’autunno del 1995 in Bosnia «tutte le parti erano stremate», ragion per cui si giunse agli accordi di Dayton. ” Queste tregue, tuttavia, hanno un carattere intrinsecamente limitato. Servono a entrambe le parti per recuperare le forze e riorganizzarsi. Dopodiché, non appena una delle due parti vede un’opportunità favorevole, la guerra ricomincia. Il raggiungimento di una tregua temporanea richiede anche un secondo fattore: che siano coinvolti i partecipanti degli altri livelli e che questi abbiano l’interesse e l’autorevolezza necessari per riuscire a mettere le parti belligeranti intorno a un tavolo. Quasi mai le guerre di faglia terminano a seguito di negoziati diretti tra le sole parti interessate, e solo raramente grazie all’intervento di parti disinteressate. La distanza culturale, gli odi feroci, il ricordo delle reciproche violenze rendono estremamente improbabile che le parti in causa decidano di avviare colloqui produttivi per giungere a una qualche forma di tregua. I problemi politici di fondo – chi controlla quale territorio e quale popolazione e su quali basi – tornano inevitabilmente in superficie e impediscono accordi su obiettivi più limitati. I conflitti tra paesi o gruppi di cultura comune possono a volte essere risolti attraverso la mediazione di una terza parte disinteressata appartenente anch’essa a quella cultura, che goda all’interno di esse di una sua legittimità, e che le parti belligeranti ritengano in grado di trovare una soluzione coerente con i loro valori [1]”.

Universale particolare: la sfida per il futuro

Le aree di confine tra culture ed etnie con la loro conflittualità rendono gli equilibri liquidi e spesso ingestibili. L’occidente ha reso universale la sua modalità di azione politica ed economica, ma si ritrova minacciato dai musulmani e dai cinesi, anzi in una contingenza mondiale multipolare  non può assurgere al ruolo di potenza universale. La caduta del muro di Berlino da essere il culmine della potenza e della vittoria della democrazia occidentale è stato l’inizio al suo declino. Il pianeta si è frammentato in una pluralità di aree culturali in conflitto tra di loro che ambiscono a definire aree di influenze facendo appello alla lingua, alla religione, alla cultura. Dinanzi all’arretramento dell’occidente Samuele Huntington auspica che Europa e Stati Uniti possano allearsi contro i comuni nemici che le minacciano. Per Samuele Huntington il pianeta è destinato ad una perenne conflittualità incentivata dalle riscoperte differenze culturali, per cui bisogna rinunciare a cercare valori universali per constatare l’esistenza di differenze, le quali possono generare alleanze in funzione di comuni interessi. La ricetta di S. Huntington è coerente con il male che vorrebbe combattere: esistono solo interessi di parte e ogni universale è sono mezzo di dominio, per cui si devono accettare le inconciliabili differenze in un’ottica di lotta tra alleati con medesimi interessi:

“La preservazione degli Stati Uniti e dell’Occidente richiede una rinascita dell’identità occidentale. La sicurezza del mondo richiede l’accettazione del pluralismo culturale su scala mondiale. La vacuità dell’universalismo occidentale e il dato di fatto della diversità culturale globale conducono inevitabilmente e irrevocabilmente al relativismo morale e culturale? Se l’universalismo legittima l’imperialismo, il relativismo legittima la repressione? Ancora una volta, la risposta è sì e no. Le culture sono qualcosa di relativo, la moralità è qualcosa di assoluto. Le culture, come ha osservato Michael Walzer, sono fenomeni «forti», richiedono istituzioni e modelli di comportamento che guidino l’umanità sulla strada giusta per una particolare società. Al di sopra, al di là e al di fuori di tale moralità massimalista, tuttavia, esiste una morale minimalista «debole» che incarna «i caratteri reiterati di particolari moralità massimaliste o forti». I precetti morali minimalisti della verità e della giustizia si trovano in tutte le moralità forti e non possono esserne disgiunti. Esistono inoltre delle «morali minimaliste di segno negativo, quasi sempre regole contro l’omicidio, la frode, la tortura, l’oppressione e la tirannia». Ciò che i popoli hanno in comune è «più il senso di un nemico [o di un male] comune che l’adesione ad una cultura comune[1]»”.

Il nemico contro cui compattarsi è il mondo islamico con il suo integralismo. Samuele Huntington non analizza le cause del fondamentalismo, la loro genetica e relative responsabilità, si limita a contrapporre un nemico esterno che deve cementare l’alleanza tra Europa e Stati Uniti:

“II vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale, una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte della superiorità della propria cultura e ossessionate dallo scarso potere di cui dispongono. Il problema dell’Islam non è la Cia o il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ma l’Occidente, una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte del carattere universale della propria cultura e credono che il maggiore – seppur decrescente – potere detenuto imponga loro l’obbligo di diffondere quella cultura in tutto il mondo. Sono questi  gli ingredienti di base che alimentano la conflittualità tra Islam e Occidente[2]”.

L’universalismo è la causa della conflittualità ed i musulmani impugnano l’arma dei valori universali. Il politologo statunitense verifica che l’occidente non può presentarsi ai popoli del pianeta come la civiltà  universale in un mondo multiculturale, per cui i popoli affini devono allearsi per sopravvivere. Dinanzi all’impossibilità di riproporre superate dinamiche di potere  in un mondo plurale liquido, bisogna accettare le differenze per difendersi da esse secondo gruppi contrapposti. Il relativismo nichilista è il nuovo universale della destra conservatrice, la quale si rafforza, perché  non trova nelle sinistre una reale proposta culturale e politica. La sinistra non elabora percorsi di confronto sulle faglie sperimentando percorsi di condivisione, in cui la differenza sia riconosciuta parallelamente a valori universali comuni, si limita ad avallare la sola internazionale dell’economia. La grande sfida per la sinistra è far sentire la propria voce valoriale sui conflitti di faglia dimostrando che vi possono essere modalità differenti per risolverle. La sinistra deve congedarsi dall’economicismo che la imprigiona, rendendola mimesi delle forze conservatrici condividendone il relativismo economicistico. La sinistra deve compiere una nuova rivoluzione copernicana per ritrovarsi ed essere presenza dialettica nella prassi della storia.

Per un nuovo inizio

La storia non è finita e le guerre di faglia possono essere il nostro presente, ma non necessariamente sono il nostro futuro. Dinanzi a noi ci sono più tracce, più direttrici verso le quali orientarci. Dobbiamo emanciparci dalla superstizione che la storia sia conclusa e riprenderci la responsabilità della prassi nelle contingenze presenti. Alla passività di questi anni bisogna contrapporre l’attività del pensiero che trasforma la storia rinunciando alla volontà di potenza dell’ultimo uomo. Il nuovo materialismo deve contemplare l’attività, non come attivismo, ma come pensiero che sintetizzi la teoria con la prassi. Senza attività pensante che operi sulla struttura e sulla sovrastruttura non vi è emancipazione, ma solo la bellicosità dell’ultimo uomo:

“Il vecchio materialismo muoveva da una concezione dell‘uomo come parte della natura, ma, non riconducendo il materialismo alla storia, non poteva intendere l’uomo con tutte le sue peculiarità come un prodotto del lavoro che trasforma sia il mondo esterno che l’uomo stesso. In forza di ciò, l’ideale non poteva essere inteso come il risultato e la funzione attiva dell’attività lavorativa, sensibilmente oggettiva, dell’uomo sociale, come l‘immagine del mondo esterno che sorge nel corpo pensante non come risultato dell‘intuizione passiva, ma come prodotto e forma della trasformazione attiva della natura ad opera del lavoro delle generazioni che si sono succedute l’una all’altra nel corso dello sviluppo storico. Perciò la principale trasformazione che Marx ed Engels apportarono alla concezione materialistica della natura dell’ideale riguardò anzitutto il lato attivo dell’atteggiamento dell’uomo pensante verso la natura, cioè dell’aspetto che era stato sviluppato prevalentemente, per dirla con Lenin, dall’idealismo “intelligente”, della linea di Platone-Fichte-Hegel, e che da essi era stato messo in rilievo in modo astratto e unilaterale, idealisticamente[1]”.

[1] Farmaco dal greco ϕάρμακον  “rimedio, cura“ o anche “veleno

[2] Crematistica dal greco  κρηματιστικός “relativo alla ricchezza”

[3] Samuele Huntington Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale Garzanti 1997 pag. 320

[4] Ibidem pag. 304

[5] Ibidem pp. 437 438

[6] Ibidem pp. 478 479

[7] Ibidem pag. 319

[8] E. Ilyenkov  La logica dialetti Saggi di storia e teoria Editori Riuniti  Roma 1978 pp. 370 371

Salvatore Bravo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.