La questione nazionale oggi

 La questione nazionale oggi, sul piano materiale e simbolico, sia intesa in termini generali che applicata nel concreto all’Italia.

Il tratto forse più caratteristico della storia capitalistica europea degli ultimi vent’anni è la privazione che è stata imposta agli Stati nazionali della propria sovranità monetaria, fiscale e in generale politica tramite l’approvazione dei cosiddetti parametri di Maastricht (più volte ritoccati nella forma, ma non nella sostanza), la liberalizzazione integrale dei movimenti di capitali e la costituzione della moneta unica. Si è così creato un mostro tecnocratico (l’UE) completamente privo di qualsiasi forma di seria rappresentanza politica, sottraendo nel contempo agli Stati la sovranità decisionale sui processi fondamentali alla base della riproduzione della vita sociale ed economica.

Lo svuotamento di sovranità degli Stati, naturalmente è funzionale ad imporre dall’alto sia politiche di sottosviluppo industriale e sociale in particolare ai paesi più periferici d’Europa (privatizzazioni, liberalizzazioni, distruzione dei servizi sociali etc etc), sia a tutelare gli interessi del capitale nazionale ed estero tramite un più facile attacco al diritto del lavoro e alle conquiste sindacali. Il processo può in tal modo avvenire in sordina, senza controllo politico e calato dall’alto come una necessità tecnica che non può essere valutata in quanto è semplicemente necessaria per il funzionamento dei mercati.

Contestualmente alla sottrazione della sovranità politica degli Stati si è proceduto in quasi tutti i paesi europei ad aizzare il mito del federalismo economico, asse portante del neo-liberalismo, funzionale allo scatenamento di una concorrenza al ribasso tra i diritti sociali e sindacali interni ai paesi e promosso ideologicamente con la scusa dell’avvicinamento dell’amministrazione al cittadino (che è un’ottima cosa che però non c’entra nulla con il federalismo fiscale).

In molti paesi, inoltre, si sono fatte spazio culture particolaristiche micro-identitarie  federaliste o separatiste (Spagna, Belgio, Italia, ma il federalismo ha preso piede culturalmente un po’ovunque) che (al di là dei legittimi richiami all’importanza delle culture regionali-nazionali) hanno alimentato in molti casi un crescente spaesamento identitario (riducendo la vastità dell’identità politica a micro-identità culturale o locale). Uno spaesamento a cui le forze di sinistra, per la loro incapacità di affrontare seriamente e senza pregiudiziali ideologici la questione nazionale in senso squisitamente politico, non sono state capace di reagire. Si ha così che la nazione politica, intesa come spazio sovrano dotato di meccanismi di auto riconoscimento politico, identitario in senso comprensivo, di cittadinanza, di rappresentanza, di solidarietà interna e sovranità decisionale è sotto attacco dall’alto (istituzioni tecnocratiche prive di rappresentanza) e dal basso (federalismo e separatismi concreti e culturali-simbolici).

La nazione politica era ed è tutt’ora, invece, la “comunità” minima in cui interagire concretamente per modificare lo stato di cose presenti, poiché i suoi meccanismi (seppur borghesi, capitalistici, classisti etc etc) rimangono pur sempre l’involucro reale di possibili lotte, confronti e conquiste. Distrutta la nazione politica, restano le etnie micro-identitarie impotenti di fronte alle tenaglie della tecnocrazia post-politica globale (globale per finta ovviamente poiché in realtà appannaggio della potenza dominante, gli USA al momento).

Non è un caso che proprio l’erosione della coscienza nazionale e politica patriottica sia stata una delle basi della deflagrazione di paesi “scomodi” come la Jugoslavia.

Il senso di appartenenza, ancorché malinteso e parziale, ad una comunità politica nazionale e culturale (in senso ampio ed aperto, ma comunque definibile), rimane, malgrado tutto, un appiglio contro pratiche di tipo disgregativo messe in atto dai meccanismi del capitalismo e del mercato, specie nella fase di dominio (scalfito, ma integro) dell’imperialismo statunitense e della sua volontà di uniformizzazione totale del globo sotto un’unica bandiera, un’unica cultura e un unico “mercato” .

Sicuramente quel senso di appartenenza può essere usato (ed è usato) malamente, può diventare settario, particolarista e sciovinista dunque particolarmente adatto a fini imperialisti (come avviene nelle squallide commemorazioni dei soldati italiani morti nelle guerre imperiali in Afghanistan). Ma è questa una buona scusa per buttare il bambino (il senso di appartenenza politica) con l’acqua sporca delle sue degenerazioni?

La risposta a mio avviso è negativa. Il senso di appartenenza alla comunità politica nazionale può e deve essere recuperato come forza per il cambiamento e il recupero della sovranità decisionale sui processi fondamentali di riproduzione della vita sociale (compromessi dall’Unione Europe a e dai federalismi), nonché, soprattutto, come forza di unità delle classi subalterne interne al medesimo spazio politico, dove un lavoratore di Palermo, di Cagliari, di Torino, Venezia e Lecce deve percepire e godere materialmente di quell’unità di diritti e di intenti senza la quale ogni azione politica diventa dispersiva e spaccata dalla strategia del divide et impera.           

Si potrebbe facilmente obiettare che tale “unità di classe” dovrebbe andare ben oltre lo Stato nazione e configurarsi come un concetto globale. Tuttavia, fermo restando che il coordinamento sovranazionale di lotte rivendicative, sindacali e-o anticapitalistiche resta fondamentale, non si può non vedere l’estrema fragilità di ogni tentativo di impostare la lotta politica in una dimensione internazionale tout court, poiché uno spazio politico di confronto internazionale semplicemente non esiste e il suo surrogato, coperto ideologicamente da improbabili cornici pseudo-giuridiche e morali globali, non è altro che la libertà del capitale di migrare tra le nazioni che non pongono limite ai suoi movimenti. In questo senso la dimensione nazionale rimane una dimensione politica più favorevole alle classi subalterne. Per ciò che riguarda l’Europa, se un giorno i popoli europei saranno capaci di guidare realmente un processo di unificazione politica del continente, parleremo allora di una Federazione di Stati come cornice politica reale, democratica e sovrana. Al momento l’Europa politica è un richiamo puramente ideale usato periodicamente per coprire le malefatte della tecnocrazia UE.    Queste considerazioni non implicano ovviamente un atteggiamento anti-europeista pregiudiziale, ma l’esigenza semmai di rilanciare forme di avvicinamento degli Stati e dei popoli europei dopo aver riconquistato gli spazi di sovranità nazionale.   La costruzione dell’UE è stata invece un processo volutamente rovesciato: creazione dell’impotenza politica degli Stati senza costruzione dell’Europa politica. Vi è poi il problema di lunga durata dell’oggettiva sudditanza dell’Italia all’impero USA e alla NATO (organismo nato in chiave antisovietica e diventato in seguito null’altro che una macchina da guerra imperialista ad egemonia statunitense), oggettivato dalla presenza massiccia di basi militari e armi atomiche sotterranee sul nostro territorio.   Anche su questo punto si gioca un decisivo problema di sovranità che non va inteso in senso assoluto ed a-storico  (come se la nazione fosse un organo scisso a priori dal resto del mondo), ma nelle sue conseguenze e contingenze pratiche e reali (è fin troppo evidente che il ruolo giocato dagli Stati Uniti e dalla Nato e le loro ingerenze sono stati alla base delle scelte interventiste e militariste più devastanti dal secondo dopo guerra in poi e, in particolare dalla caduta dell’Unione Sovietica).

Se fin qui la “questione nazionale” è stata mostrata nei termini di necessità di recupero materiale della sovranità politica degli Stati come precondizione per l’efficacia e il senso di una lotta politica anticapitalistica (ma anche semplicemente “socialdemocratica”), contestualmente essa si esprime come la complementare necessità di recuperare un senso di appartenenza forte ad una comunità politica (aperta e plurale), un patriottismo come forza di radicamento e di presenza alla propria storia e alla propria attualità. L’individuo spaesato e sradicato, privo di dimensione spaziale, geografica e culturale è l’individuo che meglio si adatta ai meccanismi di dissoluzione sociale prodotti dalle dinamiche capitalistiche. L’italiano medio in questo senso è particolarmente soggetto a forme quasi coloniali di penetrazione culturale di modelli alieni, in primis anglosassoni, linguistici (basti vedere il folle uso di inutili parole inglesi del tutto forzate nel nostro vocabolario quotidiano) e di costume.  A ciò si aggiunge un senso, spesso aizzato da intellettuali e organi di stampa, di esterofilia accompagnata da vera e propria sensazione di minorità nazionale. Un misto di moralismo quasi razzista e di tipo servile contro sé stessi, abbracciato acriticamente e senza il senso della complessità storica (gli italiani sono sporchi, fanno rumore, non rispettano le regole, mentre gli inglesi, i tedeschi e i francesi sono popoli virtuosi e ligi) e di odio viscerale per i residui tradizionali, non sempre negativi, della nostra pur disastrata società (dipinta sempre come arcaica in comparazione ai popoli nordici protestanti “civilizzati”).  A ciò si unisce l’idea che all’estero sia tutto sempre e comunque migliore (il mito del lavoro facile all’estero e delle università superqualificate è ad esempio un mito mediatico che finalmente si sta incrinando in tempi di dura crisi economica generalizzata). Si tratta di un’idea utilizzata spesso ad arte per colpire anche ciò che di buono (non molto purtroppo) resta nel nostro paese (anche in termini di istituzioni pubbliche e di servizi sociali)!

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