La produzione capitalistica di fabbrica fondata sulle macchine*-

La produzione capitalistica di fabbrica fondata sulle macchine*-

Aleksandr A. Kusin

*da Aleksandr A. Kusin, Marx e la tecnica, Gabriele Mazzotta Editore, Milano, 1975   www.resistenze.org  
Leggi anche:   https://traduzionimarxiste.wordpress.com/2016/06/30/limperialismo-nel-xxi-secolo/ 

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“La stessa facilità del lavoro diventa un mezzo di tortura, giacché la macchina non libera dal lavoro l’operaio, ma toglie il contenuto al suo lavoro. E’ fenomeno comune a tutta la produzione capitalistica in quanto non sia soltanto processo lavorativo, ma anche processo di valorizzazione del capitale, che non è l’operaio ad adoprare la condizione del lavoro ma viceversa, la condizione del lavoro ad adoperare l’operaio; ma questo capovolgimento viene ad avere soltanto con le macchine una realtà tecnicamente evidente. Mediante la sua trasformazione in macchina automatica il mezzo di lavoro si contrappone all’operaio durante lo stesso processo lavorativo quale capitale, quale lavoro morto che domina e succhia la forza-lavoro vivente.” (K. Marx, Il Capitale

“Finché il capitale è debole, esso stesso ricerca  ancora le grucce di modi di produzione tramontati… Ma non appena si sente forte, esso getta via le grucce e si muove in accordo con le sue proprie leggi. Non appena comincia a percepirsi come ostacolo allo sviluppo e a essere vissuto come tale, esso cerca rifugio in forme che, mentre sembrano perfezionare il dominio del capitale imbrigliando la libera concorrenza, annunciano al tempo stesso la dissoluzione sua e del modo di produzione su esso fondato.”  
(Karl Marx, Grundrisse)

“il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo  cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale” (Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo)

1. La necessità tecnica del passaggio dalla manifattura alla produzione meccanizzata di fabbrica

Quando Marx indagò le caratteristiche tecniche e tecnologiche della produzione della manifattura e le sue conseguenze socioeconomiche, ricercò contemporaneamente i presupposti tecnici, la necessità e l’inevitabilità tecnica del passaggio alla produzione meccanizzata. La produzione della manifattura dipendeva innanzitutto dalle caratteristiche individuali del lavoratore, dalla sua forza, dal suo colpo d’occhio, dalla sua abilità manuale ecc. Anche le prime macchine impiegate nel processo lavorativo furono costruite secondo i canoni della manifattura. Perciò, un ulteriore sviluppo e una più rapida penetrazione delle macchine nella produzione dipendevano dall’incremento di una «categoria di operai, la quale però poteva essere accresciuta solo gradualmente e non d’un balzo, a causa della natura semiartistica del suo lavoro».[1]

Una simile dipendenza della produzione dalla personalità del singolo lavoratore frenava ovviamente la soluzione dei problemi tecnici ormai giunti a maturazione e si contrapponeva a parametri di questo genere: «L’estensione del volume delle macchine motrici, del meccanismo di trasmissione e delle macchine utensili; una maggior complessità e varietà e una più rigorosa regolarità delle sue parti costitutive, a misura che la macchina utensile si emancipava dal modello artigianale, che originariamente ne domina la struttura, e riceveva una forma libera, determinata soltanto dal suo compito meccanico; la elaborazione del sistema automatico e il fatto che divenisse sempre più inevitabile l’uso di materiale di difficile lavorazione – per esempio ferro invece di legno.»[2]

I suddetti fattori frenavano anche l’ulteriore sviluppo dei rami produttivi già dotati di macchine, rallentavano l’introduzione di macchine in nuovi rami produttivi[3] e rendevano necessaria la Rivoluzione industriale, cioè il passaggio a un nuovo modo tecnologico di produzione, in cui l’uomo diventa un’appendice della macchina e viene superato il limite posto alle macchine dalle caratteristiche personali dei lavoratori.

Questo problema sarebbe stato risolto solo quando fossero state trasferite al meccanismo funzioni svolte in precedenza dall’uomo con l’ausilio di utensili. Gli utensili dovevano diventare non attrezzi di lavoro dell’uomo, ma meccanismo. In altre parole, si rendevano necessarie macchine che compissero le funzioni meccaniche dell’uomo.

2. La Rivoluzione industriale tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo

Marx studiò a fondo il passaggio dalla produzione della manifattura alla produzione della fabbrica, che contrassegnò la Rivoluzione industriale svoltasi tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, soprattutto in Inghilterra. Proprio l’analisi di questo processo storico gli permise di trarre importantissime conclusioni di carattere socioeconomico. «La macchina, dalla quale prende le mosse la Rivoluzione industriale», scrive Marx, «sostituisce l’operaio che maneggia un singolo strumento con un meccanismo che opera in un sol tratto con una massa degli stessi strumenti o di strumenti analoghi e che viene mosso da una forza motrice unica, qualsiasi possa essere la forma.»[4] O, per dirla in altri termini: «la macchina-utensile è dunque un meccanismo il quale, dopo che gli sia stato comunicato il moto corrispondente, compie con i suoi strumenti le stesse operazioni che prima erano eseguite con analoghi strumenti dall’operaio. Ora, la sostanza della cosa non cambia, sia che la forza motrice provenga dall’uomo sia che provenga anch’essa a sua volta da una macchina.»[5]

Subito dopo Marx aggiunge: «Dopo che lo strumento in senso proprio è stato trasmesso dall’uomo ad un meccanismo, al puro e semplice strumento subentra una macchina.»[6] In questo caso si parla dunque già della macchina operatrice della produzione meccanizzata.

Sebbene il principio della macchina operatrice non dipenda dal fatto che il movimento le venga trasmesso da una macchina piuttosto che dall’uomo, la macchina a vapore fu necessaria per la Rivoluzione industriale a cavallo dei due secoli. Essa permise di creare e di utilizzare meccanismi di maggiori dimensioni e, a differenza delle ruote ad acqua, di non impiantare le fabbriche necessariamente su un fiume.[7]

Marx elaborò queste importanti considerazioni dopo aver studiato la storia della macchina a vapore. La prima macchina a vapore apparve sul finire del XVII secolo nel periodo della manifattura, ma non produsse alcuna rivoluzione industriale. Le macchine a vapore impiegate dalla fine del XVII fino all’ottavo decennio del XVIII secolo erano basate sul principio della pressione atmosferica. La comparsa delle macchine operatrici portò alla «macchina a vapore rivoluzionata»;[8] nacque la macchina a vapore universale, a doppio effetto, che, a sua volta, aprì vaste possibilità all’impiego delle macchine operatrici e al loro ulteriore sviluppo.

La macchina a vapore di Watt era, come affermava Marx, un primo esempio di motore che produce la propria forza motrice, impiegando carbone e acqua. A differenza della ruota ad acqua, il cui lavoro dipendeva dalle condizioni naturali, la macchina a vapore si trovava sotto il controllo esclusivo dell’uomo. L’universalità di questa macchina fu confermata in seguito, quando cominciò a essere impiegata non solo come forza motrice delle macchine operatrici nell’industria tessile, ma anche nel maglio a vapore, nel motore navale ecc. Alcuni impieghi della macchina a vapore erano stati indicati dallo stesso Watt nel suo brevetto del 1784.[9]

La terza invenzione cui è legata la Rivoluzione industriale della fine del XVIII secolo è la lunetta mobile di Henry Maudsley. Questa invenzione, oggetto di particolare studio da parte di Marx, consentì di sostituire non un «qualunque strumento particolare, ma la stessa mano umana».[10] Grazie alla meccanizzazione fu possibile produrre parti complicate della macchina con una precisione e una rapidità irraggiungibili dal più esperto maestro.

La macchina a vapore di Watt e la lunetta di Maudsley permisero di produrre macchine per mezzo di macchine. Con ciò la grande industria «creò il proprio sostrato tecnico adeguato e cominciò a muoversi da sola».[11]

Nel corso del XIX secolo, apparvero numerose macchine operatrici nell’industria tessile e in altri rami produttivi. Furono sviluppati nuovi tipi di macchine piallatrici, di forgiatrici meccaniche e di altre macchine. Si cominciò a sostituire le macchine a vapore con motori a combustione interna e motori elettrici ecc. Comunque il principio della produzione meccanizzata aveva trovato grazie alle invenzioni di Hargreaves, Arkwright, Watt e Maudsley la sua soluzione e il suo fondamento.

Caratteristico della produzione della fabbrica, secondo la definizione di Marx, è il fatto che «ogni macchinario sviluppato consiste di tre parti sostanzialmente differenti, macchina motrice, meccanismo di trasmissione e, infine, macchina utensile o macchina operatrice».[12]

Tra i meccanismi di trasmissione Marx enumera il volano, l’albero, l’ingranaggio, l’eccentrico, le aste, i nastri di trasmissione, le cinghie, meccanismi intermedi e altre parti delle macchine, che regolano il movimento, ne mutano la forma, e lo distribuiscono e Io trasferiscono dalla macchina motrice alle macchine operatrici. La macchina utensile afferra l’oggetto da lavorare e lo trasforma in modo adeguato.[13] Lo studio approfondito di un gran numero di macchine operatrici di ogni tipo portò Marx a concludere che queste macchine, anche se spesso «in forma più o meno modificata», sono «gli apparecchi e gli strumenti con i quali lavorano l’artigiano e l’operaio manifatturieri (antichi torni e telai, lame dentate nella segheria meccanica, coltelli applicati alla macchina trituratrice ecc.)». Ora, questi strumenti raggiungono dimensioni ciclopiche e non sono già più strumenti di lavoro dell’uomo, ma utensili del meccanismo.[14]

La Rivoluzione industriale prese le mosse dalle macchine operatrici. Marx sottolinea che «la Rivoluzione industriale incomincia non appena la macchina è applicata là dove il risultato finale […] esige lavoro umano» e non dove l’uomo fungeva da semplice forza-lavoro.[15]

La Rivoluzione industriale, che si svolge a cavallo dei due secoli, consiste essenzialmente nella radicale trasformazione del modo di produzione materiale, nella trasformazione della tecnologia della produzione e nel passaggio dalla produzione della manifattura alla produzione meccanizzata della fabbrica -cioè alla meccanizzazione del processo di lavoro -e nelle trasformazioni socioeconomiche connesse.

Sue conseguenze sono la trasformazione della struttura di classe nella società, la formazione della classe del proletariato, l’instaurazione del pieno dominio dei rapporti di produzione capitalistici e tutta una serie di fenomeni sovrastrutturali.

Tra l’introduzione e l’impiego delle macchine, da cui prese le mosse la Rivoluzione industriale, e l’inizio di questa rivoluzione, cioè l’inizio del passaggio dalla tecnologia della manifattura alla tecnologia della fabbrica col suo sistema di macchine, trascorreva un certo intervallo di tempo, di durata variabile da paese a paese.

Parlando della macchina, Marx affermò: «Ecco la macchina, ma pel momento come elemento semplice della produzione di tipo meccanico.»[16] Della necessità di un periodò di preparazione tecnica della Rivoluzione industriale parlò più tardi Lenin. Con ciò egli intese dire: «… sotto l’influenza delle macchine (notate bene, sotto l’influenza dell’industria meccanica e non in generale del capitalismo) […] si iniziava quella brusca e radicale trasformazione di tutti i rapporti sociali».[17] «II sistema delle macchine esige […] prima di tutto che vengano praticamente sperimentate le varie macchine, esige esempi d’impiego simultaneo di molte macchine.»[18]

II periodo in cui compaiono nuovi mezzi tecnici, che richiedono il mutamento del modo di produzione tecnologico, cioè il periodo del loro impiego ancora all’interno della vecchia tecnologia, è il periodo di una rivoluzione tecnica.

In connessione con le rivoluzioni borghesi, le rivoluzioni tecniche nei vari paesi e in tempi diversi si trasformarono in rivoluzioni industriali. «Una volta che si è compiuta la rivoluzione nelle forze produttive – che si manifesta tecnologicamente – si produce anche la rivoluzione nei rapporti di produzione.»[19]

L’attuale rivoluzione tecnico-economica è caratterizzata dall’impiego ancora più accentuato dell’elettronica e della tecnica di calcolo nella produzione meccanizzata, in una produzione attuata per mezzo di un sistema di macchine che, finora, richiedeva la partecipazione dell’uomo alle operazioni produttive dirette. Essa è inoltre caratterizzata dall’impiego dell’elettricità nella tecnica di lavorazione, dall’impiego dei nastri trasportatori e di altre apparecchiature tecniche, che permettono in avvenire il passaggio all’automazione complessa della produzione.

3. la tecnica della produzione capitalistica di fabbrica fondata sull’impiego di macchine

Nell’indagare la natura e l’obiettiva inevitabilità dei processi socioeconomici, Marx dedicò particolare attenzione ai fattori tecnici e tecnico-storici. A proposito dell’artigiano della società feudale, scrisse che chi voleva diventare maestro doveva padroneggiare il suo mestiere in tutti i suoi aspetti. Perciò gli artigiani medievali conservavano un preciso interesse nei confronti del loro concreto lavoro. «Per questo, però, ogni artigiano medievale era interamente preso dal suo lavoro, aveva con esso un rapporto di soddisfatto asservimento ed è sussunto sotto di esso assai più del lavoratore moderno, per il quale il suo lavoro è indifferente.»[20]

Con la manifattura inizia la divisione del lavoro all’interno dell’officina e questa divisione del lavoro, afferma Marx, «è una specifica creazione del modo di produzione capitalistico»[21]. La divisione del lavoro nella forma della semplice cooperazione era presente fin nella manifattura, ma le esatte correlazioni quantitative sviluppatesi al suo interno tra il lavoro dei singoli lavoratori o gruppi da un punto di vista tecnico (tecnologico) facevano già dell’attività dei lavoratori un lavoro socialmente necessario.[22]

L’«operaio parziale» della manifattura, in conseguenza della diversa divisione del lavoro e della diversa organizzazione della produzione, non era già più quel padrone del proprio mestiere che era l’artigiano. Conservava ancora tuttavia un limitato grado di maestria e di interesse al processo lavorativo e alla sua opera: l’«operaio complessivo combinato», che formava il meccanismo vivente della manifattura, era composto esclusivamente di tali lavoratori parziali unilaterali.[23] Il «virtuosismo dell’operaio parziale» derivava anche dal fatto che il livello della tecnica della produzione artigianale si era mantenuto nella manifattura. Se da un lato il lavoratore si abituava al processo produttivo, dall’altro questo processo era già stato in precedenza adattato a lui.[24]

II proletario della produzione capitalistica di fabbrica si trova in una situazione «tecnologica»diversa da quella dell’operaio della manifattura. Con lui spariscono gli ultimi elementi dell’artigianato artistico e con essi anche l’interesse al processo lavorativo. La causa tecnica di questo fenomeno risiede nel fatto che il singolo lavoratore cessava di utilizzare durante il lavoro gli strumenti in modo da manipolare direttamente l’oggetto del lavoro con l’utensile (trapano, scalpello ecc). Come già è stato detto, questi strumenti nella produzione di fabbrica non sono più utensili dell’uomo, ma del meccanismo. «La macchina non si presenta sotto nessun rispetto come mezzo di lavoro del singolo operaio. La sua differentia specifica non è affatto come nel mezzo di lavoro, quella di mediare l’attività dell’operaio nei confronti dell’oggetto; ma anzi questa attività è posta ora in modo che è essa a mediare soltanto ormai il lavoro della macchina, la sua azione sulla materia prima, a sorvegliare questa azione e ad evitare le interruzioni.»[25]

II principio della produzione di fabbrica scoperto da Marx consiste nel suddividere il processo produttivo nelle sue fasi costitutive e nell’analizzarle. Questo principio e la soluzione dei problemi tecnici emergenti «mediante l’applicazione della meccanica, della chimica ecc., in breve delle scienze naturali, diventa ora principio determinante in ogni campo».[26] In tal modo esso aprì la strada al «cambiamento continuo»,[27] cioè allo sviluppo incessante della tecnica produttiva e di conseguenza al suo stesso perfezionamento.

Marx indagò, analizzò e descrisse la tecnologia della produzione meccanizzata della fabbrica, che egli definì come produzione fondata sul sistema di macchine. Il sistema di macchine si differenzia dalla cooperazione di macchine simili. In questo secondo caso, il lavoro viene compiuto da un’unica macchina operatrice, che con l’aiuto di vari utensili compie tutte le fasi del lavoro svolte in precedenza dall’artigiano (indipendente o lavoratore della manifattura). In altre parole, il processo che nella manifattura veniva scomposto e realizzato in una determinata successione viene ora compiuto da una macchina operatrice per mezzo della combinazione di diversi utensili.

Un sistema di macchine prende il posto di una singola macchina, quando l’oggetto del lavoro «percorre una serie continua di processi graduali differenti, eseguiti da una catena di macchine utensili eterogenee, ma integrantisi reciprocamente»,[28] ma ognuna di esse adempie una specifica funzione nel sistema del «macchinario utensile combinato».[29]

Ogni macchina operatrice prepara la materia prima per la lavorazione sulla macchina successiva. Siccome tutte le macchine sono attive contemporaneamente, il prodotto si trova sempre nei diversi gradi del suo processo di formazione, come è «costantemente in transizione da una fase all’altra della produzione».[30] Si richiede perciò un determinato rapporto tra numero delle macchine, loro dimensione e loro velocità.

Nella produzione meccanizzata, cosi come nella manifattura, esiste la cooperazione fondata sulla divisione del lavoro, ulteriormente estesa e approfondita. Ma la cooperazione nella produzione meccanizzata non è la cooperazione dei lavoratori parziali, ma la cooperazione delle macchine parziali. La fabbrica è la «forma del lavoro sociale la cui organizzazione ha le macchine come base materiale».[31] Nel modello di fabbrica avanzata, i singoli processi vengono collegati secondo uno schema continuo gli uni agli altri. A differenza della manifattura, qui il processo produttivo non si adatta al lavoratore, ma viene suddiviso obiettivamente in funzione del suo specifico carattere. Nella manifattura. «l’operaio si serve dello strumento, nella fabbrica è l’operaio che serve la macchina. Là dall’operaio parte il movimento del mezzo di lavoro il cui movimento qui egli deve seguire.»[32] Ne consegue che non è il lavoratore ad impiegare l’utensile, ma è la macchina che sottomette il lavoratore. Nella fabbrica esiste il meccanismo inanimato indipendente dai lavoratori. Questi sono incorporati a quello come appendici viventi.[33]

Marx fece presente che la grande industria elimina tecnicamente la divisione del lavoro della manifattura e la «riproduce in maniera anche più mostruosa […] nella fabbrica vera e propria, mediante la trasformazione dell’operaio in accessorio consapevole e cosciente d’una macchina parziale».[34]

Se l’«accessorio vivente» è necessario solo al controllo della macchina e «la macchina operatrice compie senza assistenza umana tutti i movimenti necessari per la lavorazione della materia prima […] abbiamo», afferma Marx, «un sistema automatico di macchine che però è sempre suscettibile di elaborazione nei particolari».[35] Egli fa l’esempio di un dispositivo che blocca automaticamente il filatoio meccanico non appena un filo si spezza; dell’interruttore automatico del telaio a vapore quando il filo di trama fuoriesce; della fabbrica della carta.

«Ma, assunto nel processo lavorativo del capitale, il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima e la macchina o, piuttosto, un sistema automatico di macchine (sistema di macchine automatico è solo la forma più perfetta e adeguata del macchinario, che, sola, lo trasforma in un sistema) messo in moto da un automa, forza motrice che si muove da sé; questo automa è costituito di numerosi organi meccanici e intellettuali, di modo che gli operai stessi sono determinati organi coscienti di esso.»[36]

Quando Marx parlava del sistema automatico del macchinario, non intendeva riferirsi a un processo di lavorazione in cui il mutamento del pezzo oggetto della lavorazione ha luogo nella fabbrica senza che ci sia in generale la partecipazione dell’uomo. L’uomo non poteva ancora uscire dal processo produttivo diretto. Tuttavia, il suo lavoro si limitava già al compimento delle funzioni logiche, cioè al controllo, sorveglianza e mantenimento del processo produttivo e delle stesse. Perciò il sistema automatico del macchinario si differenzia dalla produzione automatizzata e, ancor più, dalla produzione automatizzata complessa, in cui molte funzioni logiche sono ancora compiute dall’uomo.

La struttura della produzione capitalistica, basata sull’impiego delle macchine nelle fabbriche, non poteva tuttavia essere caratterizzata solo attraverso le sue connotazioni puramente tecnico-tecnologiche. Marx ne completò il quadro con le connotazioni socioeconomiche. Nel capitalismo, i mezzi di produzione (materiale, strumento ecc.) si contrappongono agli operai come «funzioni del capitale e perciò del capitalista», mentre con lo sviluppo della produzione meccanizzata, anche dal punto di vista tecnologico, «le condizioni del lavoro […] esercitano il loro dominio sul lavoro e nello stesso tempo lo sostituiscono, lo opprimono, lo rendono superfluo nelle sue forme indipendenti».[37] Nella produzione meccanizzata di fabbrica vengono eliminate le differenze qualitative del lavoro, vengono livellati i singoli lavori, e la divisione del lavoro viene ulteriormente approfondita come ripartizione dei lavoratori alle macchine specializzate. Il lavoro all’apparecchiatura automatizzata richiede una specifica qualificazione e il lavoratore diventa per tutta la vita una parte della macchina parziale.[38]

In tal modo l’operaio non abbraccia più il processo produttivo nella sua totalità, a differenza della produzione artigianale, in cui l’uomo è signore e creatore dell’intero processo produttivo, per il cui compimento impiega questo o quello strumento artigianale e sporadicamente la macchina. Egli non lo domina e non lo esegue come padrone del proprio mestiere; è solo un accessorio necessario della macchina, che a sua volta esegue un’infima parte del processo complessivo.

«Le macchine del padrone», cita Marx dal rapporto dell’ispettore di fabbrica Howell per l’anno 1856, «in realtà svolgono un ruolo di gran lunga più importante nella produzione che non il lavoratore e l’abilità di un lavoratore,che questi può acquisire in sei mesi, e che può essere acquisita da un lavoratore non specializzato.»

Per quanto nella produzione meccanizzata i lavoratori siano solo appendici viventi della macchina, rimangono pur sempre indispensabili attori della produzione diretta, senza cui le macchine rimarrebbero inutilizzate e finirebbero per arrugginire, il materiale da trasformare diventerebbe inservibile ecc. «Queste cose», afferma Marx, «devono essere afferrate dai lavoro vivo, che le evochi dal regno dei morti, le trasformi da valori d’uso possibili soltanto, in valori d’uso reali e operanti.»[39]

Marx mostrò che la produzione meccanizzata delle fabbriche deforma e mutila il lavoratore tanto in senso sociale quanto in senso tecnologico. Non è lui ad usare la macchina; è la macchina che lo usa Ma, al tempo stesso, egli vide il carattere progressista della produzione meccanizzata capitalistica. Il lavoro di fabbrica era basato sullo sfruttamento di forze naturali e questo promuoveva lo sviluppo delle scienze della natura e la loro conversione in forza produttiva diretta.

Nelle opere di Marx il legame tra scienza e produzione venne analizzato non solo in generale, ma anche in particolare a partire dalla tecnica e dalla tecnologia. La cooperazione nell’impiego delle macchine sottomette le forze naturali (vento, acqua, vapore, elettricità) al processo produttivo diretto e ne fa degli agenti del lavoro sociale.: Le forze naturali di per sé non hanno alcun valore, ma la loro appropriazione si compie solo grazie all’impiego delle macchine e quindi sotto la direzione dei possessori di queste macchine, cioè della borghesia nel caso del capitalismo.

L’impiego delle forze naturali nella produzione «coincide con lo sviluppo della scienza come autonomo fattore del processo produttivo». Il processo produttivo diventa la sfera di applicazione della scienza e la scienza diventa il suo supporto.

Il modo di produzione capitalistico, constatava Marx, è il primo modo di produzione che pone le scienze naturali al servizio del processo produttivo diretto, che assegna loro problemi pratici che possono essere risolti solo in modo scientifico. Il capitale sfrutta la scienza, «assoggetta le scienze naturali al processo produttivo diretto». La scienza diventa un mezzo di arricchimento privato. «Mentre per contro lo sviluppo della produzione fornisce il mezzo per l’assoggettamento teorico della natura.

Tuttavia, scrive Marx, la stessa scienza «che costringe le membra inanimate delle macchine – grazie alla loro costruzione – ad agire conformemente ad uno scopo come un automa, non esiste nella coscienza dell’operaio, ma agisce, attraverso la macchina, come un potere estraneo su di lui, come potere della macchina stessa».[40] Come sempre, Marx utilizza l’esame del lato puramente tecnico della questione per chiarire il problema dell’influsso della tecnica – in questo caso della scienza – sul lavoro vivente e su coloro che ne sono i portatori. Anche qui il fondatore del marxismo impiega il metodo storico e, grazie ad esso, determina l’inizio, il decorso e gli effetti di ogni processo. Mentre nei primi stadi della produzione (e qui Marx ha in mente la produzione dell’artigianato e della manifattura) la limitata estensione delle conoscenze e l’esperienza erano direttamente legate al lavoro stesso e si sviluppavano via via come una collezione di ricette, nella produzione meccanizzata si compie «il distacco della scienza in quanto scienza, che dal lavoro diretto è stata impiegata nella produzione». Lo sviluppo delle conoscenze, osservazioni e segreti dell’artigiano, che erano stati acquisiti per via empirica, si basa «sulla separazione delle forze mentali del processo dal sapere, dalle conoscenze e dalle capacità del singolo lavoratore. [..] La scienza appare nei confronti del lavoro come una potenza estranea e nemica che lo domina.» Nel capitalismo la grande industria separa «la scienza facendone una potenza produttiva indipendente dal lavoro e la costringe a entrare al servizio del capitale».[41] La scienza, in quanto forza produttiva, viene quindi contrapposta al lavoro e il suo stesso sviluppo viene frenato. I progressi di scienza e tecnica significano qui soprattutto un progresso nella tecnica di sfruttamento del lavoratore.

Con l’avvento del sistema di macchine, che richiedeva in misura ancora più elevata che nella manifattura un calcolo matematico delle correlazioni tra le parti e i processi costitutivi della produzione, e anche l’applicazione delle scienze della natura, l’intero processo produttivo esigeva una base scientifica. «II principio della grande industria», scriveva Marx, «di risolvere nei suoi elementi costitutivi ciascun processo di produzione, in sé e per sé considerato e tener nessun conto della mano dell’uomo, ha creato la modernissima scienza della tecnologia.» Le varie modalità del processo di produzione sociale si risolsero «in applicazioni delle scienze naturali, consapevolmente pianificate e sistematicamente scompartite a seconda dell’effetto utile che si aveva di mira».[42]

La tecnologia della produzione meccanizzata aggregò i singoli rami produttivi in precedenza suddivisi in momenti elementari e scoprì «le poche grandi forme fondamentali del movimento nelle quali si svolge di necessità ogni azione produttiva del corpo umano, nonostante la molteplicità degli strumenti adoprati».[43]

Indagando la tecnologia della produzione meccanizzata, Marx stabili una caratteristica importante. A differenza delle precedenti, essa dispone di una costante capacità e tendenza verso i cambiamenti e i miglioramenti. La base tecnica della produzione meccanizzata è perciò rivoluzionaria, mentre tutti i precedenti modi di produzione erano essenzialmente conservatori.[44] Questa considerazione, che poggiava su un vasto materiale di dati tecnico-storici, equivaleva al riconoscimento di una legge fondamentale. Nuovi mezzi tecnici accelerano i processi produttivi. La scoperta di nuovi procedimenti per la produzione del ferro e dell’acciaio (Bessemer, Siemens, Gerenson, Thomas ecc.), la scoperta dell’alizarina cioè della materia colorante della robbia nel catrame di carbon fossile ecc., ridussero a un tempo minimo processi che in precedenza richiedevano molto tempo: in poche settimane si otteneva lo stesso risultato che un tempo richiedeva anni.[45] Non solo, ma il passaggio alla produzione meccanizzata in un ramo produttivo provocava un analogo sviluppo e rivolgimento in diverse sfere, soprattutto in quei rami produttivi che si «intrecciano l’uno con l’altro come fasi di un processo complessivo, sebbene ognuno di essi producesse una merce ben distinta». Marx cita la filatura, la tessitura, il candeggio, la fabbricazione della mussola e della tintoria, ma anche la filatura meccanica del cotone, che promosse l’invenzione di una macchina per separare le fibre del cotone dai semi: la sgranatrice per il cotone di Whitney.[46] II passaggio alla produzione meccanizzata nell’industria e in seguito anche nell’agricoltura «rese necessaria, in specie, anche una rivoluzione nelle condizioni generali del processo sociale di produzione, cioè nei mezzi di comunicazione e di trasporto». [47]

La nascita dei centri industriali, il carattere di massa della produzione, i legami creatisi sul mercato mondiale, la necessità di trasferire rapidamente capitale e lavoratori da una sfera produttiva all’altra ecc. promossero una trasformazione dei mezzi di trasporto e di comunicazione. Si trattava di creare vie di traffico economiche e di grande capacità, che rendessero possibile un movimento di persone e di beni al tempo stesso veloce e su vasta scala. Fu questa esigenza che portò a colossali costruzioni di reti ferroviarie e di piroscafi. Questi erano «mezzi di comunicazione […]adeguati ai moderni mezzi di produzione».[48] La rete ferroviaria e i piroscafi a loro volta richiesero la costruzione di canali, gallerie, ponti, porti ecc. Ma siccome tutte queste costruzioni si sarebbero ripagate solo in un futuro relativamente lontano, la loro esecuzione si rendeva possibile solo grazie all’impiego di un numero relativamente basso di operai e, come conseguenza, di un aumento dei beni di produzione e di consumo.[49]

Marx indicò anche i presupposti tecnici dello sviluppo dell’industria estrattiva e chimica all’interno della produzione meccanizzata. La causa principale del loro sviluppo risiede nel fatto che inevitabilmente la produzione e l’aumento del capitale fisso, delle macchine ecc. procedono più rapidamente di quanto avvenga per la parte rimanente del capitale costante, che consiste di materie prime organiche. Perciò il bisogno di materie prime aumenta più rapidamente della loro offerta. I loro prezzi salgono e la loro produzione viene allargata, in parte in tenitori piuttosto lontani. Le stesse ragioni spingono a produrre e a impiegare vari surrogati e a valorizzare in misura crescente i residui della produzione.[50]

A partire dalla produzione meccanizzata sorsero dunque rami produttivi completamente nuovi e perciò anche nuovi settori di lavoro, in cui inizialmente veniva impiegato lavoro manuale. Di conseguenza aumentava il numero dei lavoratori ivi occupati «in proporzione diretta del riprodursi della necessità di lavoro manuale del tipo più rozzo».[51] Tra questi rami produttivi Marx annoverava la produzione del gas, la telegrafia, la fotografia, la navigazione a vapore e la rete ferroviaria.

4. Conseguenze sociali della produzione meccanizzata di fabbrica nell’ambito del capitalismo

Marx avvertì da un lato lo stretto rapporto esistente fra tecnica e tecnologia della produzione, dall’altro le conseguenti modificazioni indotte nella società, modificazioni anche del carattere del lavoro, delle sue condizioni e dei suoi connotati economici.

Le particolarità tecniche della produzione meccanizzata di fabbrica gli consentirono di scoprire molti fattori che determinano la condizione del lavoratore nella società borghese. La macchina funzionava, salvo poche eccezioni, solo grazie al lavoro direttamente socializzato o collettivo, cioè il carattere cooperativo del lavoro nella produzione meccanizzata è una necessità determinata tecnicamente dall’impiego degli strumenti di lavoro.[52]

Marx mostrò che il modo di produzione capitalistico al tempo stesso divide e unifica i lavoratori attraverso la lotta concorrenziale, che si estende anche ai posti di lavoro. In questo processo contraddittorio la tecnica svolge un ruolo importante. L’introduzione delle macchine contrappone i lavoratori gli uni agli altri, inasprendo la concorrenza per il posto di lavoro. In primo luogo le macchine semplificano il lavoro concreto, e ogni settore di lavoro diventa più accessibile a tutti. In secondo luogo i lavoratori sono costretti a entrare in concorrenza con le macchine, da cui vengono soppiantati. In terzo luogo «le piccole imprese industriali vanno a fondo e non possono reggere la concorrenza delle grandi. Interi settori della classe borghese vengono rigettati verso la classe operaia.»[53] Questo fenomeno fa salire di nuovo l’offerta di forza-lavoro.

L’unità dei lavoratori viene promossa soprattutto dal sorgere di grandi centri industriali, di mezzi di comunicazione rapidi e a basso prezzo.[54] La macchina a vapore svolge un ruolo decisivo nel creare queste condizioni. Il suo impiego non dipende dalle condizioni naturali, e rende possibile la concentrazione della «produzione nelle città, invece di disseminarla per le campagne come avviene con la ruota ad acqua».[55]

La macchina di per sé allarga la produzione e ne abbassa il costo, abbrevia il tempo di lavoro, alleggerisce il lavoro e significa certamente la vittoria dell’uomo sulle forze naturali. Ma l’impiego capitalistico delle macchine non permette ai produttori di utilizzare a proprio vantaggio queste condizioni favorevoli, ma anzi, all’opposto, comporta conseguenze negative nei loro confronti.[56]

Nella produzione capitalistica non è «l’operaio ad adoprare la condizione del lavoro ma, viceversa, la condizione del lavoro ad adoprare l’operaio», poiché questa produzione non è soltanto «processo lavorativo, ma anche processo di valorizzazione del capitale».[57] Nella produzione meccanizzata questo legame innaturale trova un’espressione non solo socioeconomica, ma anche tecnica. L’uomo diventa schiavo della macchina: «II dominio del lavoro passato sul lavoro vivente risulta vero non solo in senso sociale, espresso nel rapporto tra capitalista e operaio, ma in senso per così dire tecnologico.»

La subordinazione del lavoratore alla macchina nella produzione capitalistica, afferma Marx, si manifesta nel tatto che il sistema nervoso viene attaccato e il complesso gioco dei muscoli viene represso. Si manifesta nella perdita della libera attività umana, fisica e mentale, nella separazione delle forze intellettuali del processo produttivo dal lavoro fisico e nella sua trasformazione in potere del capitale sul lavoro. Essa si evidenzia nel ratto che «la macchina non libera dal lavoro l’operaio, ma toglie contenuto al suo lavoro».[58]

Il movimento complessivo della fabbrica non proviene dall’operaio, ma dalla macchina. In altri termini, il lavoratore non è all’origine del movimento degli strumenti di lavoro, ma segue il loro movimento. «La melanconica svogliatezza di un tormento di lavoro senza fine», secondo l’espressione di J. P. Kay citato da Engels, «per cui si torna sempre a ripercorrere lo stesso processo meccanico, assomiglia al lavoro di Sisifo; la mole del lavoro, come la roccia, torna sempre a cadere sull’operaio spossato.»[59] D’altro canto il singolo operaio può in tal modo essere facilmente sostituito da un altro.

Soppiantando il lavoratore, la macchina crea la popolazione lavorativa «eccedente» e costringe così i lavoratori a soggiacere alle leggi create dal capitale. Allunga la giornata lavorativa, accresce l’intensità del lavoro e diminuisce il salario. «Il prolungamento della giornata lavorativa», scrive Marx, «resta compatibile solo con un grado più debole d’intensità del lavoro e, viceversa, un grado accresciuto d’intensità resta compatibile solo con un accorciamento della giornata lavorativa.»[60]

La macchina – uno strumento quanto mai idoneo alla riduzione della giornata lavorativa – in regime capitalistico si trasforma in uno strumento per il suo allungamento. Marx tuttavia fu testimone di quel processo per cui, sotto la pressione della lotta della classe operaia, gli Stati capitalistici si vedevano costretti a promulgare leggi per ridurre la durata della giornata lavorativa. Allora i capitalisti cominciarono ad applicare un’altra forma di sfruttamento consentita dalla tecnica. Mentre riducevano il tempo di lavoro, ne accrescevano l’intensità.[61] Lo sfruttamento estensivo fece posto a quello intensivo.

La tecnica permetteva ai capitalisti di ridurre il salario per via diretta. Questa possibilità era fornita dalla presenza della popolazione «eccedente», l’esercito dei disoccupati, riserva per l’industria. D’altra parte il salario poteva essere ridotto per via indiretta grazie alla diminuzione del valore della forza-lavoro. Il valore della forza-lavoro diminuì grazie allo sviluppo della tecnica, soprattutto in quei settori dell’industria che producevano generi alimentari, vestiario e altri oggetti di prima necessità del lavoratore.

Inoltre i capitalisti introdussero una tecnica che permette l’impiego di lavoratori con un livello di qualificazione più basso.[62] Questo fatto determina l’abbassamento del livello generale di sviluppo economico -tecnico della classe operaia nell’ambito del capitalismo.

Queste osservazioni non vengono contraddette dalla constatazione di Marx che i capitalisti, in seguito al continuo sviluppo tecnico delle macchine, cominciarono a fornire ai figli dei lavoratori qualche istruzione in tecnologia e nel maneggio pratico dei differenti strumenti di produzione nelle scuole professionali o di altro genere.[63] La percentuale dei lavoratori istruiti dai capitalisti era estremamente esigua e il loro sapere elementare.

Nell’epoca contemporanea la rivoluzione economico-tecnica porta a una qualificazione di tipo nuovo. L’automatizzazione della produzione richiede da parte dei lavoratori solide conoscenze tecniche, la capacità di comprendere e interpretare informazioni e di prendere rapidamente ed autonomamente decisioni corrette. Nei paesi capitalisti, la tendenza all’innalzamento del livello di istruzione generale, e tecnico in particolare, della classe operaia si trova in acuta contraddizione con il basso livello della spesa per l’istruzione popolare, con le varie discriminazioni presenti all’interno del sistema educativo, con l’impossibilità di fatto per vasti strati della popolazione di ricevere un’istruzione superiore, con la liquidazione di tutta una serie di mestieri tradizionali, con le scarse possibilità di ulteriore istruzione offerte agli adulti, con l’analfabetismo ecc.

Strettamente legato allo sfruttamento capitalistico, all’uso capitalistico della tecnica, con la produzione meccanizzata, fece la sua comparsa il lavoro femminile e infantile. Non solo donne e bambini potevano essere impiegati alle macchine ma, in alcuni casi, il loro impiego era addirittura tecnicamente richiesto, perché certe operazioni rendevano superflua la forza muscolare e richiedevano invece dita e mani agili.

Il lavoro femminile e infantile, strettamente legato alla tecnica, aveva come conseguenza sul piano economico l’abbassamento del salario maschile.

Ancora oggi, nella maggior parte dei paesi capitalisti, il lavoro femminile è pagato meno del lavoro maschile. Inoltre, l’impiego di donne e bambini nella produzione abbassa il valore della forza-lavoro dell’uomo adulto.[64]

L’impiego della tecnica nelle condizioni del capitalismo si ripercosse negativamente sulla condizione degli operai, non solo in quei settori della produzione in cui essa era stata introdotta, ma anche in quei rami produttivi che non erano ancora stati toccati dalla produzione meccanizzata ed erano costretti a entrare in concorrenza con essa. Facendo riferimento alla storia dell’industria del cotone in Inghilterra e in India, Marx constatò che nei casi in cui le macchine vengono introdotte lentamente si instaura una cronica povertà del lavoro. La rapida introduzione delle macchine porta invece alla rovina immediata di larghe aliquote della popolazione.[65]

A differenza dell’artigianato e della manifattura, caratterizzati da una grande stabilità dei produttori rispetto al posto di lavoro, come conseguenza del progresso tecnico si ha nella produzione meccanizzata il continuo trasferimento dei lavoratori da un ramo all’altro dell’industria e anche mutamenti nella composizione dei lavoratori di ogni impresa, secondo il sesso, l’età, la qualificazione ecc.

La base tecnica della produzione meccanizzata è rivoluzionaria. L’introduzione delle macchine, dei processi chimici e di metodi progrediti provoca continui mutamenti nelle «funzioni degli operai e [nelle] combinazioni sociali del processo lavorativo», rivoluziona la divisione del lavoro all’interno della società «e getta incessantemente masse di capitale e masse di operai da una branca della produzione all’altra». La grande industria determina il mutamento del lavoro, la fluidità della funzione e la mobilità in senso generale del lavoratore.[66]

Perciò questo processo accresce la massa dei lavoratori delle fabbriche, grazie all’aumento relativamente più rapido del capitale complessivo investito nelle fabbriche. Il processo viene continuamente interrotto dal progresso tecnico, che caccia gli operai dalle fabbriche. Costoro trovano poi un impiego nelle nuove fabbriche o si sparpagliano tra quelle che hanno una base tecnica più antiquata,[67]o vanno addirittura ad ingrossare l’esercito dei disoccupati.

Marx mostrò come l’effetto della tecnica nel capitalismo in questi casi sia più complesso e non si limiti al trasferimento della forza-lavoro da un’impresa all’altra.

In seguito al licenziamento di una parte dei lavoratori, provocato dalle innovazioni tecniche, vengono messi in stato di disoccupazione non «soltanto gli operai soppiantati direttamente dalle macchine, ma in egual misura il loro contingente di riserva e il contingente addizionale assorbito regolarmente durante l’abituale estensione dell’azienda sulla vecchia base».[68] Se il nuovo capitale riesce a «ingoiare» solo quella massa di lavoratori che sono stati espulsi dalle macchine, questo significa che «l’effetto sulla domanda generale del lavoro sarà uguale a zero».[69]

Lo sviluppo della tecnica nell’ambito capitalistico crea dunque una situazione in cui un aumento assoluto del capitale non è accompagnato da un corrispondente aumento della domanda generale di forza-lavoro. Se da un lato l’accumulazione di capitale accresce la domanda di forza-lavoro, contemporaneamente essa provoca anche un aumento dell’offerta di forza-lavoro, grazie alla tecnica che «mette in libertà» i lavoratori. D’altro canto, l’esistenza di disoccupati costringe «gli operai occupati a rendere liquida una maggior quantità di lavoro, rendendo in tal modo l’offerta di lavoro indipendente dall’offerta di operai. Il movimento della legge della domanda e dell’offerta di lavoro su questa base porta a compimento il dispotismo del capitale».[70]

Marx mostrò come nelle colonie, in cui a causa della persistenza di rapporti precapitalistici non esistono favorevoli condizioni per la creazione di un esercito di forza-lavoro di riserva per l’industria, e quindi anche per la creazione di una assoluta dipendenza della classe lavoratrice dal capitale, i capitalisti tentano di sostituire l’effetto prodotto dalla tecnica nel capitalismo con misure coercitive.

Il continuo perfezionamento dei mezzi di produzione nel capitalismo comporta dunque importanti conseguenze di carattere sociale. Esso porta a uno sproporzionato sviluppo della produzione, ad espansioni, depressioni e crisi. «Vediamo dunque che il modo di produzione, i mezzi di produzione sono costantemente sconvolti, rivoluzionati, che necessariamente la divisione del lavoro porta con sé una maggior divisione del lavoro, l’impiego di macchine un maggior impiego di macchine, il lavoro su vasta scala un lavoro su scala più vasta. È questa la legge che di continuo getta la produzione borghese fuori del suo vecchio binario e costringe il capitale a tendere sempre più le forze produttive del lavoro, perché esso le ha tese una prima volta; la legge che non gli concede nessuna tregua e mormora senza interruzione: Avanti! Avanti!»[71]

La legge in tal modo desunta dello sviluppo della tecnica della produzione meccanizzata, la sua costante tendenza al perfezionamento, è per Marx strettamente legata alle condizioni sociali della produzione capitalistica.

La tecnologia della produzione meccanizzata rende la produzione globale (non solo in quanto categoria tecnologica, ma anche in quanto categoria economica) continua e ininterrotta. La produzione, afferma Marx, appare come continua riproduzione e al tempo stesso è produzione di massa.[72] «Le condizioni tecniche dello stesso processo di produzione, le macchine, i mezzi di trasporto ecc, consentono, sulla scala più larga, la più rapida trasformazione del plusprodotto in mezzi addizionali di produzione.»[73]

La scienza e la tecnica forniscono al capitale – indipendentemente dalla sua grandezza – la possibilità di espandersi. La parte rinnovata del capitale si annette «gratuitamente il progresso sociale compiuto mentre agiva la sua vecchia forma».[74] Nei casi in cui appaiono macchine migliorate, dello stesso tipo di quelle che compongono il capitale funzionante, si compie una sua parziale svalutazione. Una svalutazione di questo genere porta a uno sfruttamento più accentuato dei lavoratori, con cui il capitalista si sforza di compensare le sue perdite.[75] Con l’introduzione della produzione meccanizzata e di massa, in cui vengono impiegati strumenti di produzione molto costosi, il processo produttivo non può prevedere pause, come invece era possibile nelle officine degli artigiani e persine nella manifattura. La produzione meccanizzata non aspetta la domanda, essa prosegue incessante fintantoché lo permette il capitale, cioè l’esistenza di tecnica e di forza-lavoro. Inoltre questo processo si allarga costantemente «con uno sviluppo e un’estensione continua delle forze produttive».[76]

Questo sviluppo delle forze produttive, conseguente all’avvento di scoperte economico-tecniche e di diversi fattori socioeconomici, ha un carattere repentino. La repentina dilatabilità della produzione di fabbrica, unita alla sua dipendenza dal mercato mondiale, porta alla sovrasaturazione dei mercati. Questa trova uno sbocco grazie alla scoperta di nuovi mercati, alla produzione di nuovi oggetti di consumo ecc. In questo modo la vita dell’industria si trasforma «in una serie di periodi di vitalità media, prosperità, sovrapproduzione, crisi e stagnazione».[77]

Già nel Manifesto del Partito Comunista Marx ed Engels avevano mostrato tutti gli inconvenienti di una produzione di questo tipo, l’influenza deleteria delle stagnazioni e delle crisi sulla società, in cui vengono annientati prodotti finiti e forze produttive. La società soffre non a causa del fatto di non possedere abbastanza prodotti, ma – quale assurdità – perché ne ha troppi a disposizione, dal punto di vista dei metodi capitalistici di ripartizione dei beni materiali.[78]

Non solo la massa delle merci che si trova sul mercato diventa una pesante zavorra, ma anche gli strumenti produttivi, le fabbriche appena costruite, per le quali cominciare immediatamente la lavorazione è questione di vita o di morte.[79]

La produzione capitalistica meccanizzata toglie «alla divisione del lavoro l’ultima parvenza del suo carattere». Essa distrugge i rapporti naturali e li sostituisce con rapporti di danaro. Essa universalizza la concorrenza, sottomette il commercio, accentra il capitale e crea il mercato mondiale.[80] Queste sono le principali constatazioni fatte da Marx sulle conseguenze socioeconomiche dell’uso capitalistico della tecnica.

Per chiarire la condizione della classe operaia all’interno del capitalismo, svelare le leggi del modo di produzione capitalistico e il suo ruolo nella storia dell’umanità, egli indagò e determinò le specifiche categorie economiche del capitalismo. Ancora una volta nella sua ricerca fece ampio ricorso a dati e a elementi di fatto di ordine tecnico e tecnico-storico.

5. Le categorie dell’economia politica del capitalismo e la tecnica della produzione meccanizzata di fabbrica

Marx desume dalla tecnica e dalla tecnologia della produzione meccanizzata – cioè il sistema di macchine col suo «accessorio» vivente, la fabbricazione dei prodotti mediante una serie coordinata di macchine – le specifiche caratteristiche del lavoro produttivo proprio di questa produzione.

A differenza dei modi di produzione precedenti, in cui il processo lavorativo era individuale e un solo lavoratore era preposto a diverse funzioni, nella produzione meccanizzata queste funzioni vengono suddivise. Perciò «il prodotto si trasforma in genere da prodotto immediato del produttore individuale in prodotto sociale, prodotto comune di un lavoratore complessivo, cioè di un personale da lavoro combinato».[81]

A partire da questo momento il concetto di lavoro produttivo si trasforma. «Ormai per lavorare produttivamente non è più necessario porre mano personalmente al lavoro, è sufficiente essere organo del lavoratore complessivo e compiere una qualsiasi delle sue funzioni subordinate.» La definizione che Marx ha tratto dall’analisi della natura della produzione materiale «rimane sempre vera per il lavoratore complessivo, considerato nel suo complesso. Ma non vale più per ogni suo membro singolarmente preso.»[82]

Quindi il capitalista può ottenere il plusprodotto sotto forma di risultato finale della produzione solo dal lavoratore complessivo. Ogni singolo lavoratore produce plusvalore per il capitalista. «La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore.»[83]Marx dimostra che solo il lavoro vivente e non la macchina crea il plusvalore, ma che in un ambito capitalistico quest’ultima serve come mezzo di sfruttamento. Restringendo la massa dei lavoratori necessari (v), accresce il tasso del plusvalore (m/v).[84]Senza creare plusvalore, il macchinario ne accresce l’ampiezza e accresce la massa dei prodotti in cui esso si realizza concretamente. Di conseguenza, afferma Marx, «una parte maggiore del prodotto sociale si trasforma in plusprodotto», fra l’altro in beni di lusso.[85]

La macchina crea il plusvalore relativo nella misura in cui fa calare il prezzo delle merci necessarie alla riproduzione della forza-lavoro e il valore di quest’ultima. Perciò le macchine devono essere introdotte nei rami produttivi i cui prodotti determinano il valore della forza-lavoro. Inoltre, l’introduzione delle macchine aumenta di colpo l’efficacia del lavoro e quindi il valore sociale del prodotto della macchina rispetto al suo valore individuale. Il capitalista in tal modo rimpiazza il valore quotidiano della forza-lavoro con una parte proporzionalmente piccola del valore del prodotto quotidiano.[86] In base all’estensione del macchinario in un determinato ramo dell’industria, il valore della merce prodotta per mezzo delle macchine diventa il valore sociale regolatore per tutte le merci dello stesso genere.

La macchina non crea valore, tuttavia essa trasferisce il proprio valore al prodotto ottenuto mediante il suo impiego.[87] Quanto al valore delle macchine, esso contiene contemporaneamente aliquote dei valori v, m, c. Ma le macchine non costano mai una quantità di lavoro uguale a quella che rimpiazzano. Ne consegue che le macchine accrescono il valore del prodotto con l’aggiunta del loro proprio valore, creato col lavoro passato. In tal modo esse facilitano la trasformazione di una parte del capitale circolante in capitale fisso e fanno sì che questo processo si compia in misura sempre più estesa.[88] Al tempo stesso Marx mostra come ogni nuova invenzione che accresca la produttività del lavoro svaluti tutti i prodotti consimili. «II deprezzamento si estende non solo alle merci portate sul mercato, ma anche agli strumenti di produzione e a intere fabbriche.»[89]Anche la forza-lavoro viene svalutata, fintantoché nessun mutamento fondamentale della sua funzione pone maggiori esigenze di qualificazione, e queste esigenze vengono esaudite.

Allo sviluppo della tecnica della produzione capitalistica è legata la tendenza all’abbassamento del tasso generale di profitto [il rapporto tra plusvalore e capitale complessivo: m/(v + c)]. Questa legge si è sviluppata sulla base della continua diminuzione della quantità di lavoro vivo impiegato in rapporto alla massa di lavoro oggettivato da essa messo in movimento (cioè ai mezzi di produzione consumati produttivamente). Di conseguenza diminuisce il rapporto tra la quota non pagata e trasformata in plusvalore del lavoro vivo e la grandezza di valore dell’intero capitale investito.[90] Questa legge riveste grande importanza per la produzione capitalistica. Essa costituisce «il mistero a svelare il quale tutta l’economia politica si è adoperata dal tempo di Adam Smith».[91]

In seguito ai progressi della tecnica, rileva Marx, le macchine e gli edifici delle fabbriche perdono in una certa misura il loro valore d’uso e di conseguenza anche il loro valore. Questo processo si svolge con particolare intensità grazie allo sviluppo accelerato delle macchine. Può anche accadere che queste ultime siano obsolete prima che si riesca a riprodurre il loro valore.[92]

Tuttavia i capitalisti che per primi introducono nuove macchine – nel secolo XIX vengono introdotte per la prima volta macchine in tutti i rami produttivi, oggi questo accade quando nascono nuovi rami produttivi – per un certo periodo realizzano un extraprofitto. Questo profitto attirava – e lo stesso accade oggi – capitali supplementari in questi settori, provocando un’accumulazione accelerata del capitale.[93]

Marx analizzò le varie possibilità di economia nell’utilizzazione del capitale costante offerte dalla tecnica. Al primo posto considerò l’economia «nelle condizioni della produzione», cioè si realizza un’economia essenzialmente per il fatto che «tali condizioni operano come fattori di lavoro sociale, di lavoro socialmente coordinato, ossia come fattori sociali del lavoro»;[94] detto in altri termini: grazie all’impiego dei mezzi di produzione da parte del lavoratore complessivo.

L’aiuto che la macchina fornisce agli operai non dipende dal suo valore, bensì dal suo valore d’uso come macchina. A un determinato stadio dello sviluppo tecnico una cattiva macchina può avere un prezzo elevato, a un altro stadio una buona macchina può essere a buon mercato.[95]

Tuttavia i costi di produzione, specialmente per il meccanismo di trasmissione, non crescono nella stessa proporzione in cui cresce la massa delle macchine operatrici cui esso comunica il movimento.[96] I capitalisti risparmiano su questo punto somme ingentissime coll’esimersi dall’adottare i dispositivi di protezione del lavoro di primissima necessità.[97]

Nella produzione su vasta scala, la tecnica costruttiva permette di risparmiare nei vari edifici spese di installazione per l’illuminazione, la ventilazione, il riscaldamento ecc. Ad esempio il riscaldamento centrale di grandi edifici è ovviamente più economico di quello della stufa ecc.[98]

La tecnologia chimica permette di utilizzare molto vantaggiosamente i residui della produzione.[99]

Grandi risparmi nelle spese relative al capitale costante vengono realizzati grazie allo straordinario perfezionamento delle macchine, al miglioramento del materiale con cui sono fabbricate, al perfezionamento della loro tecnologia di fabbricazione, alla diminuzione degli scarti ecc.[100]

Marx studiò particolarmente l’economia realizzata dal capitalista grazie alle invenzioni. Tuttavia l’applicazione di invenzioni di tipo meccanico o di altro genere non può comportare un aumento del prezzo delle merci; per contro essa facilita in larga misura l’impiego del lavoro collettivo.[101]

La tecnica è straordinariamente importante per la riproduzione. La continua trasformazione del profitto in capitale si compie ad ogni ciclo su una base complessivamente più ampia.[102] La tecnica predetermina le proporzioni in cui il processo produttivo può essere allargato. Da essa dipende anche il numero dei cicli che si rendono necessari affinché «il plusvalore monetizzato venga subito aggiunto di nuovo al valore-capitale in possesso».[103]

L’impetuoso sviluppo della tecnica nell’ultimo trentennio del XIX secolo portò ad una rapida accumulazione, cui la produzione non riusciva a star dietro. D’altra parte i risparmi del singolo capitalista si rivelavano insufficienti per acquistare una tecnica ancora più potente e complessa. Perciò essa non poteva essere interamente applicata neppure mediante l’allargamento delle imprese. Di conseguenza sorsero società per azioni nell’industria estrattiva, quindi nella metallurgia, nell’industria chimica e tessile ecc.[104]

Lo sviluppo delle società per azioni provocò un ulteriore sviluppo della tecnica. Esse consentiranno ad esempio di realizzare quei lavori in cui l’investimento di forza-lavoro e di tecnica veniva compensato solo in tempi lunghi, come era il caso della costruzione di lungo periodo di opere monumentali (Cariale di Suez ecc.).

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Marx e la tecnica

Indice

Prefazione di Raffaele Rinaldi

Introduzione

I – Il pensiero di Marx sui modi di produzione

  1. Il processo di lavoro e di produzione

  2. Rapporti tra formazioni socioeconomiche e tecnica

  3. Produzione artigianale e manifatturiera

  4. Elementi di meccanizzazione tecnica nella manifattura

II – La produzione capitalistica di fabbrica fondata sulle macchine

  1. La necessità tecnica del passaggio dalla manifattura alla produzione meccanizzata di fabbrica

  2. La Rivoluzione industriale tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo

  3. La tecnica della produzione capitalistica di fabbrica fondata sull’impiego di macchine

  4. Conseguenze sociali della produzione meccanizzata di fabbrica nell’ambito del Capitalismo

  5. Le categorie dell’economia politica del capitalismo e la tecnica della produzione meccanizzata di fabbrica

III – Comunismo e tecnica

  1. La tecnica della produzione capitalistica di fabbrica fondata sull’impiego delle macchine e la necessità della rivoluzione socialista

  2. La produzione nella società comunista

IV – Tecnica e coscienza sociale

V – Marx e lo sviluppo della tecnica

  1. Leggi e cause dello sviluppo della tecnica

  2. Importanza della storia della tecnica

Conclusione 

Note   ——————————————

[1] Cfr. K. Marx, Il Capitale, I, cit., p, 425.

[2] Ibid., pp. 425 sg.

[3] Loc. cit.

[4] Ibid., p. 418.

[5] Ibid, p. 416.

[6] Loc. cit.

[7] Ibid., pp. 418 sg.

[8] Ibid., p. 417.

[9] Ibid., pp. 418 sg.

[10] Ibid., p. 427.

[11] Loc. cit.

[12] Ibid., p. 415.

[13] Cfr. loc. cit.

[14] Ibid., p. 415; cfr. anche ibid., p. 527.

[15] Marx a Engels, 28 gennaio 1863, in K. Marx e F. Engels, Carteggio, IV, cit., pp. 160 sg.

[16] K. Marx, Il Capitate, I, cit., p. 418; cfr. anche ibid., pp. 145 sgg. e pp. 412 sgg.

[17] V. I. Lenin, Caratteristiche del romanticismo economico, in Opere, Roma, Editori Riuniti, 1955, vol. 2, p. 227.

[18] V. I. Lenin, La questione agraria e i «critici di Marx», in Opere, Roma, Editori Riuniti, 1958, vol. 5, p. 125.

[19] K. Marx, Die Maschinen, Anwendung der Naturkraefte und der Wissenschaft, in K. Marx, Manoscritti degli anni 1861-’63.

[20] K. Marx e F. Engels, L’ideologia tedesca, cit., p. 43.

[21] K. Marx e F. Engels, Werke, Berlino, 1962, Bd 16, p. 278.

[22] Ibid., p. 276.

[23] K. Marx, Il Capitale, I, cit., p. 382.

[24] Ibid., p.422.

[25] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, II, Firenze, La Nuova Italia, 1970, p. 390.

[26] K. Marx, Il Capitale, I, cit., p, 506, cfr. anche ibid., p. 422.

[27] Ibid., p.507.

[28] Ibid., p. 421.

[29] Ibid., p. 422.

[30] Ibid,, p. 423.

[31] K. Marx, Teorie sul plusvalore, I, Roma, Editori Riuniti, 1961, p. 597.

[32] K. Marx, Il Capitale, I, cit. p. 467.

[33] Ibid., pp. 530 sg.; cfr. anche K. Marx e F. Engels, Manifesto del partito Comunista, Torino, Einaudi, 1967 , pp. 109 sg.

[34] Ibid., p. 531.

[35] Ibid., p. 423

[36] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, II, cit., pp. 389 sg.

[37] K. Marx, Teorie sul plusvalore, I, cit., pp. 587 sg.

[38] Cfr. K. Marx, Il Capitale, I, cit., pp. 463 sgg.

[39] Ibid., p. 217.

[40] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, II, cit., PP 390 sg.

[41] K. Marx, Il Capitale, I, cit., p. 405.

[42] Ibid., p. 533. 43

[43] Loc. cit.

[44] Loc. cit.

[45] K. Marx, Il Capitale, III, cit., p. 102.

[46] K. Marx, Il Capitale, I, cit., p. 426.

[47] Loc, cit.

[48] K. Marx e F. Engels, Werke, Berlino, 1966, Bd. 34, p. 373.

[49] K. Marx, Il Capitale, I, cit., p. 490.

[50] K. Marx, Il Capitale, III, cit., pp. 155 sg.

[51] K. Marx, Il Capitale, I, cit., p. 490.

[52] Ibid., pp. 427 sg.

[53] K. Marx e F. Engels, Werke, Berlino, 1959, Bd. 6, p. 548.

[54] K. Marx e F. Engels, L’ideologia tedesca, cit., p. 52.

[55] K, Marx, Il Capitale, I, cit., p. 419.

[56] Ibid., p. 486.

[57] Ibid., p. 467.

[58] Ibid., p. 467.

[59] Ibid., p. 467.

[60] Ibid., p. 453.

[61] Ibid., p. 454.

[62] Ibid., p. 477.

[63] Ibid., p. 535.

[64] Ibid., p. 435 sg.

[65] Ibid., p. 475 sg.

[66] Ibid., p. 534.

[67] Ibid., p. 499.

[68] Ibid., p. 700.

[69] Loc. cit.

[70] Loc, cit.; per altri aspetti cfr. ibid, pp. 701 sgg.

[71] K. Marx, Lavoro salariato e capitale, cit., p. 68.

[72] Cfr. K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, Torino, Einaudi, 1958, p. 310

[73] K. Marx, II Capitate, I, cit., p. 692.

[74] Ibid., p. 662.

[75] Ibid., p. 661.

[76] K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, cit., p. 310.

[77] K. Marx, Il Capitale, I, cit., p. 497.

[78] K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, cit., pp. 107 sg.

[79] K. Marx e F. Engels, Werke, cit., Bd 8, p. 371.

[80] K. Marx e F. Engels, L’ideologia tedesca, cit., p. 50.

[81] K. Marx, Il Capitale, I, cit., pp. 555 sg.

[82] Ibid., p. 556.

[83] Loc. cit.

[84] Ibid., p. 450.

[85] Ibid., p. 490.

[86] Ibid., p. 450.

[87] Ibid., p. 430.

[88] Cfr. K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, cit., pp. 388 sgg.

[89] K. Marx, Miseria della filosofia, in K. Marx e F. Engels, Opere complete, VI, cit., p. 136.

[90] K. Marx, Il Capitale, III, cit., p. 261.

[91] Loc. cit.

[92] Ibid., p. 150.

[93] K. Marx, Il Capitale, I, cit., p. 495.

[94] K. Marx, Il Capitale, III, cit., p. 111.

[95] Ibid., p. 112.

[96] Ibid., p. 111.

[97] Ibid., p. 121.

[98] Ibid., p. 111.

[99] Ibid., p. 137 sgg.

[100] Ibid., p. 113.

[101] Ibid., p. 138 sgg.

[102] K. Marx, Teorie sul plusvalore, I, cit., pp. 435 sg.

[103] K. Marx, Il Capitale, II, cit., p. 84.

[104] K. Marx, Il Capitale, III, cit., pp. 519 sg.

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