ATTACCO ALLA BUROCRAZIA E MITO DEL PRIVATO

ATTACCO ALLA BUROCRAZIA E MITO DEL PRIVATO

Si è radicata ormai l’idea che il privato detenga qualità che gli permettono di agire al di sopra di ogni sospetto. Il bombardamento culturale al quale la nostra società assiste da più di trent’anni ha permesso a questo apriorismo di essere introiettato da una tale quantità di persone da condizionare nell’intimo anche chi apparentemente si porrebbe in contrasto con i dispositivi di comando del neo-liberalismo. Lo si è visto nei mesi di pandemia. Ogni azione statale volta a ridefinire i contorni della decisione sulla scia dell’interesse pubblico – per esempio della salute – è stata immediatamente ostacolata e tacciata di assumere una deriva poliziesca.

Paradossale il caso della App denominata Immuni. Da anni si regalano dati personali a multinazionali, che utilizzano, rivendono quelle informazioni a scopi commerciali, che appaltano a strateghi della comunicazione campagne per influenzare le opinioni politiche, senza battere ciglio. Ma non appena lo Stato crea un’applicazione funzionante con i medesimi meccanismi di condivisione della privacy, ecco che si grida al sopruso antidemocratico. Con ciò non si nega l’importanza di porre attenzione su eventuali sconfinamenti di dubbia legittimità riguardanti la vita intima delle persone. Non si comprende però perché si sottovalutino le multinazionali, alle quali si donano senza troppe domande informazioni personali, spostamenti e opinioni tra le più svariate, quando esse posseggono patrimoni spesso superiori a quelli degli stati nazionali e – attraverso la de-strutturazione della sfera pubblica e la disarticolazione della democrazia – impongono agli stessi le scelte di politica economica e sociale al solo fine di tutelare i propri interessi di profitto. Si accetta insomma l’idea che l’interesse privato – e non quello pubblico – sia etico di per sé.

Sulla stessa lunghezza d’onda nei dibattiti mainstream sulla crisi COVID riappare un vecchio cavallo di battaglia che preparò in tempi non sospetti il terreno all’antistatalismo culturale, la guerra alla burocrazia. L’offensiva parte da quella fazione del liberismo economico che si nasconde dietro la presunta spinta moralizzatrice sulla politica e all’etica giustizialista – quindi impropriamente definita di sinistra – che nel Paese ha prodotto, sin dalla proposizione della questione morale e delle politiche dei sacrifici, la visione ormai egemonica secondo la quale un forte apparato burocratico equivarrebbe allo sperpero di denaro pubblico. Si riprendono in questo caso vecchie litanie del conservatorismo americano per cui la costruzione di interessi pubblici protetti dallo Stato (e quindi dalla democrazia) educhi la popolazione alla pigrizia, al parassitismo e all’inefficienza. Insomma una variante della concorrenza malthusiana; così come le classi basse pagano le colpe della propria indolenza, lo Stato non avrebbe il coraggio di competere con chi fa dell’efficienza un comandamento dell’esistenza.

La critica alla burocrazia – sempre condita con riferimenti al malaffare delle organizzazioni criminali italiane, presupposto questo che ha funzionato in passato per far digerire il vincolo esterno e le cessioni di sovranità – ha in realtà un preciso scopo ideologico. Annientare l’interesse pubblico. Non permettere quindi che esso venga perseguito attraverso la ramificazione di un apparato statale capace di esercitare un potere alternativo a quello mercantilistico delle corporations. L’unica catena relazionale che deve funzionare è quella lobbistica dei privati e una forte burocrazia crea interstizi decisionali che potrebbero un domani non andare a genio alla Governance manageriale. Chi rappresenta – anche solo formalmente – l’interesse collettivo deve essere oggetto di facile denigrazione.

La separazione tra liberalismo e democrazia passa necessariamente attraverso lo smantellamento della sfera pubblica anche quando essa è indirizzata – come avviene nell’era della democrazia dei mercati – alla protezione del profitto privato. Non basta aver trasformato i fini dell’azione statale con l’esautorazione della Costituzione del ‘48 e la sua sostituzione con la costituzione economica contenuta nei trattati della UE (certificata dalle modifiche alla stessa come la riforma dell’art.81), essenziale è anche disinnescare la centralità dello Stato e le sue ramificazioni attraverso la narrazione della sua irrazionalità. Lo Stato è comunque imprigionato nella propria farraginosità foriera di lungaggini amministrative, di lentezze improduttive, di rendite di posizione immeritate.

L’idea di una società meritocratica intrisa di spirito d’impresa rappresenta il chiavistello argomentativo per lo sviluppo di una nuova classe sociale, quella degli esperti. Una nuova aristocrazia che non deve incontrare ostacoli: le loro decisioni devono apparire intrise di competenza e di infallibilità. Così questa classe per sopravvivere ha bisogno di sottrarsi alla dialettica democratica poiché la posizione di privilegio acquisita è da considerarsi sacrosanta in quanto la tecnica deve apparire neutra. Il liberalismo in questo modo si presenta come unica razionalità e può lasciar scorrere il pilota automatico. Razionalità sempre coincidente con gli interessi di profitto del grande capitale.

La propaganda di potere si nutre si artifizi raffinatissimi per sponsorizzare la legittimità della società dei meritori. Uno di questi è la descrizione dell’attività medica durante la crisi sanitaria in termini di eroismo. La definizione serve a far intendere che l’individuo – grazie solo alla sua forza di volontà – sopperisce alle storture del sistema pubblico. L’eroe viene così messo in contrapposizione con il pigro fannullone che percepisce salari “a scrocco” e una sicurezza indebita grazie al lavoro garantito dallo Stato. Non esiste quindi uno spirito collettivo, di appartenenza solidale a una comunità. La chiave per trovare l’efficienza è lo spirito di sacrificio individuale equipollente della libera iniziativa d’impresa.

La nuova campagna mediatica contro la burocrazia arriva proprio nel momento in cui la popolazione si è resa conto di quanto la novella neo-liberale sul primato dello spirito d’impresa sia del tutto inadeguata se i bisogni primari riacquistano centralità. Nei mesi di emergenza COVID ciò che ha tenuto in piedi il Paese è stato il lavoro. Sui lavoratori è caduto il peso della responsabilità di assicurare il sostentamento collettivo e contemporaneamente l’assenza delle strutture pubbliche dopo anni di politiche tese alla privatizzazione dei servizi, è stata ritenuta insopportabile. Questa rinnovata consapevolezza per il mondo dei mercati rappresenta una pericolosa inversione di tendenza, dato che metterebbe a rischio la base culturale su cui poggia i propri dispositivi di comando. L’immedesimazione del singolo individuo con il modello della concorrenza e quindi la sua egemonia.

Modello reso ancor più fragile dalla futura decadenza del ceto medio o del capitale individuale, quindi proprio di quel blocco che storicamente rappresenta la base di consenso del sistema capitalista. La possibilità data dalle nuove tecnologie di formare sempre nuovo capitale individuale a seguito delle crisi è messa a serio rischio sia dalla specificità del crack economico a venire – l’immediata assenza di liquidità – sia dalla crescita esponenziale del grande capitale sempre più in grado di mangiare il piccolo in tempi brevi. Così l’assenza del ceto medio – già duramente colpito dalla globalizzazione dei mercati – farebbe venir meno uno dei sintomi dei cosiddetti mezzi di adattamento del capitalismo. Ulteriore sconfitta delle teorie revisioniste. Il piccolo capitalista costretto a interrogarsi sulla iniquità del sistema di produzione.

Se così fosse non solo le prossime “Riforme strutturali” – così sono definite dalla Governance tutte quelle misure imposte agli stati finalizzate alle privatizzazioni, alla riduzione dei salari e ai tagli alla spesa – potrebbero essere considerate irricevibili dalla popolazione ma in più potrebbero provocare una nuova stagione di conflitto sociale nel momento in cui è prevista la perdita del 15% del PIL. La macelleria sociale che ne conseguirebbe potrebbe essere accompagnata da una sostanziale ripoliticizzazione della società. Un ritorno a una democrazia sostanziale dove il conflitto capitale/lavoro riemerge esplicitamente è l’incubo per eccellenza dell’establishment neo-liberale che deve fare di tutto, prima di reprimerlo, per nasconderlo o eventualmente indirizzarlo verso sentieri impolitici. Uno di questi è appunto la critica ai privilegi improduttivi della casta burocratica.

Ferdinando Pastore RS Roma

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