Liberare l’Africa dalla trappola del debito

La pandemia e il suo impatto su un’economia che non si era ancora ripresa dalla crisi del 2008 hanno ridotto l’attenzione di media e partiti politici sul tema dell’immigrazione. Negli anni precedenti questa questione aveva tenuto banco, opponendo la propaganda delle destre xenofobe agli appelli moralisti delle sinistre “no border”. Impegnati  a mobilitare i rispettivi elettorati facendo leva su moti “di pancia” (da destra) e “di cuore” (da sinistra), entrambi gli schieramenti hanno sistematicamente eluso i problemi reali, come l’uso sistematico da parte delle classi imprenditoriali del fenomeno migratorio per scatenare una guerra fra poveri finalizzata a imporre tassi di sfruttamento disumani della forza lavoro straniera, indebolendo nel contempo il potere contrattuale della forza lavoro autoctona, o il peggioramento delle condizioni di vita delle periferie, già impoverite dalla crisi, provocato dall’invasione di masse ancora più miserabili.

Semplificando drasticamente, si potrebbe dire che le sinistre, mentre da un lato hanno colpevolmente sottovalutato quest’ultimo aspetto, regalando alla destra la chance di tingere di nero la rabbia delle periferie, dall’altro non si sono impegnate ad analizzare seriamente l’impatto sui livelli retributivi e occupazionali della guerra fra poveri di cui sopra, né a elaborare politiche orientate alla ricomposizione degli interessi delle classi subalterne. È mancato totalmente, in particolare, un adeguato sforzo di comprensione delle cause profonde dell’ondata migratoria, sforzo che la crisi pandemica renderebbe ancora più urgente e necessario proprio nel momento in cui l’attenzione sul fenomeno tende a calare, come già ricordato, perché la crisi non solo non frenerà il flusso ma tenderà, al contrario, a renderne ancora più drammatici sia le dimensioni che gli effetti socioeconomici e politici.

Una Lettera Aperta firmata da cinque economisti di vari Paesi africani, e già sottoscritta da centinaia di intellettuali di tutto il mondo (la lettera è consultabile a questa pagina web dove si trovano le sue traduzioni in varie lingue e il link per sottoscriverla e consultare l’elenco dei firmatari) provvede a ricordarci la necessità e l’urgenza del compito appena evocato, ma soprattutto ci induce a spostare l’attenzione dalle spiagge su cui sbarcano i migranti africani ai problemi che affliggono i Paesi da cui provengono.

Il continente africano, scrivono gli autori della Lettera, dispone di risorse tali che gli consentirebbero di offrire condizioni di vita dignitose a tutti i suoi abitanti (assistenza sanitaria, istruzione, occupazione e salari decenti). Se ciò non avviene è perché decenni di sconvolgimento socioeconomico coloniale e post coloniale, esacerbato dalla svolta neoliberista imposta dai Paesi occidentali, hanno incastrato i Paesi africani in un circolo vizioso che ha generato una serie di croniche deficienze strutturali quali: la mancanza si sovranità alimentare, la mancanza di sovranità energetica e un modello di (sotto)sviluppo fondato sul manifatturiero a basso valore aggiunto e sulle industrie estrattive.

Per far fronte ai problemi provocati da questo circolo vizioso i governi africani hanno dovuto indebitarsi sempre di più, accettando le condizioni capestro imposte dal fondo Monetario Internazionale e dai Paesi creditori, e subendo in questo modo ulteriori riduzioni della propria sovranità economica e politica. Per mettere una pezza a questa situazione si sono adottate cinque strategie che, invece di migliorarla, la hanno ulteriormente aggravata: 1) crescita orientata alle esportazioni (che ha provocato l’aumento di importazioni di energia, beni strumentali a elevato valore aggiunto a fronte dell’esportazione di prodotti a basso valore aggiunto); 2) liberalizzazione degli investimenti diretti esteri (che ha scatenato la concorrenza al ribasso fra governi per attirare  gli investitori stranieri tramite sgravi fiscali, sussidi, e riduzione delle tutele dei lavoratori e dell’ambiente); 3) sovrainvestimenti nel settore turistico (che aumenta le importazioni di energia e di cibo e contribuisce al deterioramento dell’ambiente); 4) privatizzazioni di imprese pubbliche nei settori strategici (con conseguente degrado delle reti di protezione sociale); 5) liberalizzazione dei mercati finanziari (che alimenta investimenti puramente speculativi e predatori senza contribuire allo sviluppo dei Paesi in cui vengono effettuati).

Perché stupirsi dunque, se gli effetti di queste strategie che i Paesi occidentali hanno imposto a quelli africani hanno provocato l’effetto boomerang dell’ondata migratoria (che, non a caso, vede come protagonisti non solo persone disperate e ridotte in miseria, ma anche forza lavoro ad alto livello di qualificazione che non trova sbocco nei modelli di sviluppo appena descritti). I firmatari della Lettera tracciano le linee dei mutamenti di strategia che gli Stati africani dovrebbero effettuare per rivendicare la propria sovranità monetaria ed economica, e per ristrutturare le proprie economie adottando politiche industriali centrate sul manifatturiero a elevato valore aggiunto. Ma soprattutto presentano il conto alle potenze ex coloniali e post coloniali che hanno contribuito a intrappolarli nella gabbia dell’economia del debito: non volete che le migliaia di migranti che oggi vi invadono diventino domani milioni? Prendete atto che l’unico modo per riuscirci è sviluppare nuove forme di cooperazione che rimpiazzino la vecchia logica degli “aiuti” con quella della cancellazione dei debiti sovrani.

Non mi illudo che la lettura di questa Lettera, anche se il numero dei firmatari dovesse aumentare esponenzialmente, possa cambiare l’inerzia di decenni di politiche neoliberiste, spero solo che aiuti qualcuno a smetterla di pensare alle persone che approdano sulle nostre coste come a singoli individui, vittime o invasori a seconda degli opposti pregiudizi ideologici, per iniziare a vederli come esponenti di comunità smembrate dalle dinamiche che stanno distruggendo i loro Paesi e di cui non possiamo non sentirci corresponsabili (nel senso squisitamente politico e non moralistico del termine).

Carlo Formenti (14 settembre 2020) MicroMega

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