Tiziano Bagarolo | Uomo, natura, società nel marxismo

Tratto da Tiziano Bagarolo, Marxismo ed ecologia, Nuove edizioni internazionali, 1989 (capitolo 1.1)

L’ispirazione originaria del marxismo: l’unità dialettica uomo-natura

Nell’essenza del pensiero di Marx e di Engels c’è una formulazione del rapporto uomo-natura-società che rimane metodologicamente insuperata anche dopo un secolo e più di sviluppi delle scienze biologiche e antropo-sociali, la cui attualità deve essere pienamente rivendicata dal marxismo rivoluzionario tanto contro ogni forma di riduzionismo storicistico e/o idealistico — il quale vede il motore della storia in un rapporto uomo-uomo (cioè nella pura dialettica delle idee o in quella di una società disincarnata dalla natura) che non è più fondato materialisticamente e dialetticamente in modo inestricabile con la natura — quanto contro il riduzionismo di segno opposto che riconduce il rapporto uomo-natura a ineluttabili matrici biologiche che trascendono la mediazione storica delle forme sociali. Dalle prime formulazioni di Marx nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 al Capitale, dall’Ideologia tedesca del 1845-46, scritta in comune da Marx ed Engels, alla Dialettica della natura, opera incompiuta del secondo, il marxismo elabora un approccio che può essere sintetizzato nella formula dell’unità dialettica dei processi naturali e dei processi sociali, storicamente determinata.
Alla base di questo punto di vista c’è, prima di tutto, l’idea fondante dell’uomo come “ente naturale”,  ovvero della profonda unità uomo-natura che la storia non sopprime. Questo concetto è enunciato con grande chiarezza nei Manoscritti del 1844, opera fondamentale nella formazione del pensiero di Marx, vero e proprio crogiolo delle concezioni che prenderanno forma compiuta nelle opere successive. In essi leggiamo:

“L’uomo è immediatamente ente naturale. Come ente naturale, e ente naturale vivente, è da una parte fornito di forze naturali, di forze vitali, è un attivo ente naturale, e queste forze esistono in lui come disposizioni e capacità, come impulsi; e d’altra parte, in quanto ente naturale, corporeo, sensibile, oggettivo, è un ente passivo condizionato e limitato, come è anche l’animale, e la pianta: e cioè gli oggetti dei suoi impulsi esistono fuori di lui come oggetti del suo bisogno, oggetti indispensabili, essenziali alla manifestazione e conferma delle sue forze essenziali” [1].

In questa affermazione del “naturalismo” di Marx rinveniamo anche il suo tratto originale: l’uomo non è solo parte passiva della natura ma anche attiva. Il rapporto tra uomo e natura non è dato una volta per tutte, ma evolve, ha una storia: “la storia è la vera storia naturale dell’uomo” [2]. Il lavoro è ciò che distingue l’uomo dalle altre specie animali; una prassi consapevole che non produce solo secondo il bisogno, ma anche “secondo le leggi della bellezza” [3]. Nella produzione della sua vita l’uomo opera in rapporto con i suoi simili, socialmente. Ed è l’altro uomo (la società), che aliena il lavoro dell’uomo, non la natura:

“La libera attività consapevole è il carattere specifico dell’uomo. Ma la vita stessa appare, nel lavoro alienato, soltanto mezzo di vita […] Se il prodotto del lavoro mi è estraneo, e mi sta di fronte come una potenza straniera, a chi esso appartiene allora? Se la mia propria attività non mi appartiene ma è un’estranea e coartata attività, a chi appartiene allora? […] Gli Dei non furono mai i soli padroni del lavoro. Tanto meno la natura. E quale contraddizione sarebbe anche che, viepiù l’uomo si sottomette la natura col suo lavoro, e viepiù i prodigi degli Dei sono resi superflui grazie ai prodigi dell’industria, l’uomo debba rinunciare per amore di tali potenze alla gioia della produzione e al godimento del prodotto.
L’ente estraneo, al quale appartiene il lavoro e il prodotto del lavoro, al servizio del quale sta il lavoro e per il godimento del quale sta il lavoro, può essere soltanto l’uomo stesso […]. Ogni autoalienazione dell’uomo a se stesso e alla natura si palesa nel rapporto ch’egli stabilisce, di se e della natura, con un altro uomo, distinto da lui”[4].

Questo uomo è il capitalista e

“la proprietà privata è dunque il prodotto, il risultato, la necessaria conseguenza del lavoro espropriato, del rapporto estrinseco dell’operaio alla natura e a se stesso”; nello stesso tempo “essa è il mezzo col quale il lavoro si espropria, la realizzazione di questa espropriazione” [5].

La soppressione della proprietà privata diviene conseguentemente non solo la condizione della riconciliazione dell’uomo con l’uomo ma anche dell’uomo con la natura:

“Il comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come auto-estraniazione dell’uomo e quindi come reale appropriazione dell’essenza dell’uomo mediante l’uomo e per l’uomo; perciò come ritorno dell’uomo per sè, dell’uomo come essere sociale, cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la ricchezza dello svolgimento storico sino ad oggi. Questo comunismo s’identifica, in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e la specie. E’ la soluzione dell’enigma della storia, ed è consapevole di essere questa soluzione” [6].

Marx sembra qui anticipare una sorta di “coscienza della specie” che ha un sapore molto contemporaneo. Non è l’unico tema “profetico”. In un altro punto egli esamina l’industria (cioè l’attività produttiva che trasforma gli elementi della natura in base ai bisogni umani) come la forma di estrinsecazione delle forze naturali dell’uomo e come la base di ogni scienza. Non solo delle scienze naturali ma anche della scienza dell’uomo. Poiché l’esperienza sensibile “deve essere la base di ogni scienza”, e ogni scienza muove da un’esperienza sensibile umana vi dovrà essere una sola scienza che le comprende tutte:

“La storia stessa è una parte reale della storia naturale della umanizzazione della natura. La scienza naturale comprenderà un giorno la scienza dell’uomo, come la scienza dell’uomo comprenderà la scienza naturale: non ci sarà che una sola scienza” [7].

E’ un programma che si apparenta a quello che si va facendo strada, come esigenza, nelle scienze contemporanee, e che si fonda sul presupposto della fondamentale unità dell’uomo nei suoi diversi aspetti: biologico, storico sociale, culturale.

Uomo, natura e storia nel materialismo storico

Le intuizioni dei Manoscritti del 1844 trovano uno sviluppo sistematico in tutte le opere successive di Marx e di Engels. La dialettica natura-società è un punto centrale della concezione materialistica della storia (il materialismo storico) la cui prima formulazione organica si trova nell’Ideologia tedesca, opera scritta a quattro mani da Marx ed Engels nel 1845-46, considerata unanimemente la prima opera compiutamente “marxista” dei due. Nella produzione e riproduzione sociale della vita degli uomini va cercata la chiave delle vicende della storia umana, non certo nelle idee che essi si formano su di essa. Più precisamente è lo sviluppo delle forze produttive il vero motore dell’evoluzione umana, la cui logica interna trova spiegazione nella dialettica tra lo sviluppo delle forze produttive stesse e la forma delle relazioni sociali in cui esso si svolge. Con lo sviluppo delle forze produttive si attua anche uno sviluppo della divisione del lavoro, e con ciò, uno sviluppo delle relazioni tra gli uomini:

“I diversi stadi di sviluppo della divisione del lavoro sono altrettante forme diverse di proprietà; vale a dire, ciascun nuovo stadio della divisione del lavoro, determina anche i rapporti fra gli uomini in relazione al materiale allo strumento e al prodotto del lavoro”[8].

La più rilevante di queste forme di divisione del lavoro si sviluppa con la separazione tra città e campagna e tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; questo processo coincide con l’emergere delle differenze di classe, della proprietà individuale e dello Stato. L’ultima forma di proprietà privata è quella borghese che porta alle estreme conseguenze la contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e le forme di relazione:

“Sotto la proprietà privata queste forze produttive non conoscono che uno sviluppo unilaterale, per la maggior parte diventano forze distruttive, e una quantità di tali forze non può trovare nel regime della proprietà privata alcuna applicazione” [9].

Tuttavia con lo sviluppo della grande industria e del mercato mondiale, le forme borghesi di proprietà creano le condizioni materiali del proprio superamento:

“In connessione con tutto ciò, viene fatta sorgere una classe che deve sopportare tutti i pesi della società, forzata al più deciso antagonismo contro le altre classi: una classe che forma la maggioranza di tutti i membri della società e dalla quale prende le mosse la coscienza della necessità di una rivoluzione che vada al fondo, la coscienza comunista […]. La rivoluzione comunista si rivolge contro il modo dell’attività che si è avuto finora sopprime il lavoro e abolisce il dominio di tutte le classi insieme con le classi stesse” [10].

Il comunismo, definito come il “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” [11] in contrapposizione alle utopie ideali dei precedenti scrittori socialisti e comunisti, viene qui presentato come “l’appropriazione da parte dei proletari” di una “totalità di forze produttive”; ciò consentirà “lo sviluppo degli individui in individui completi” e la “trasformazione del lavoro in manifestazione personale” [12]; la dipendenza degli uomini dalle proprie relazioni sociali come potenza esterna e incontrollata si muterà in un “controllo e dominio cosciente di queste forze le quali, prodotte dal reciproco agire degli uomini, finora si sono imposte ad essi e li hanno dominati come forze assolutamente estranee” [13].
L’analisi qui rapidamente tratteggiata è molto nota; molti marxisti l’hanno interpretata come se la storia umana sia il prodotto unicamente della lotta delle classi e della prassi sociale degli uomini (“storicismo”), trascurando il fatto che questo è soltanto un aspetto della dialettica storica; “l’elaborazione degli uomini da parte degli uomini”, come lo definisce L’ideologia tedesca, inestricabilmente connesso con l’altro: “l’elaborazione della natura da parte degli uomini” [14]. In verità, per Marx ed Engels, la natura “materialistica” della loro concezione della storia non risiede soltanto nel fatto che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza” (prefazione a Per la critica dell’economia politica [15] e, più in generale, che la “sovrastruttura” dipende in ultima analisi dalla “struttura economica della società”, ma anche nel fatto che la “produzione della vita materiale” (e di quella spirituale) degli uomini è un processo condizionato dalla loro corporeità e
naturalità:

“Il primo presupposto di tutta la storia umana è naturalmente l’esistenza di individui umani viventi. Il primo dato di fatto da constatare è dunque l’organizzazione fisica di questi individui e il loro rapporto, che ne consegue, verso il resto della natura. Qui naturalmente non possiamo addentrarci nell’esame né della costituzione fisica dell’uomo stesso, né delle condizioni naturali trovate dagli uomini, come condizioni geologiche, oro-idrografiche, climatiche e così via. Ogni storiografia deve prendere le mosse da queste basi naturali e dalle modifiche da essa subite nel corso della storia per l’azione degli uomini” [16].

Con linguaggio contemporaneo potremmo dire: il primo presupposto della storia è l’organizzazione biologica dell’essere umano e la sua relazione ecologica con il proprio ambiente. Più avanti non manca un passo nel quale si afferma che la socialità umana emerge per evoluzione della socialità animale, un’idea che corrisponde alle più recenti ipotesi dell’etologia (lo studio del comportamento animale) e dell’antropologia, e che non sfocia necessariamente nel determinismo biologico, come pretende certa recente sociobiologia:

“Questo inizio (della coscienza) è di natura animale come la stessa vita sociale a questo stadio è pura coscienza di gregge, e l’uomo a questo punto si distingue dal montone soltanto perché il suo è un istinto cosciente. Questa coscienza da montone o tribale perviene a uno sviluppo e a un perfezionamento ulteriore in virtù dell’accresciuta produttività, dell’aumento dei bisogni e dell’aumento della popolazione che sta alla base dell’uno e dell’altro fenomeno. Si sviluppa così la divisione del lavoro, che in origine era nient’altro che la divisione del lavoro nell’atto sessuale, e poi la divisione del lavoro che si produce spontaneamente o “naturalmente” in virtù della disposizione naturale (per esempio la forza fisica), del bisogno, del caso ecc.” [17].

Il primo rapporto sociale è quello “fra uomo e donna, fra genitori e figli: la famiglia”; questo anzi è inizialmente l’unico rapporto sociale:

“La produzione della vita, tanto della propria nel lavoro, quanto dell’altrui nella procreazione, appare già in pari tempo come un duplice rapporto: naturale da una parte, sociale dall’altra” [18].

Lo sviluppo della società si presenta in seguito come una “seconda natura” che si sovrappone alla prima intrecciandosi con essa. Il conflitto, la contraddizione tra le due non sorge che nella misura in cui le forze sociali separano l’uomo dai presupposti del suo lavoro, cioè dello scambio con la natura. Finché gli individui sono legati ai loro mezzi di produzione (e ciò avviene di certo finché questi hanno prevalentemente la forma naturale della terra) essi sono tenuti uniti tra loro da un qualche legame come la famiglia, la tribù, il luogo dove vivono, e “lo scambio è essenzialmente scambio fra gli uomini e la natura”; quando invece si sviluppa la divisione tra gli individui e gli strumenti del loro lavoro (e ciò accade in massimo grado con il capitale) allora essi sono “indipendenti l’uno dall’altro” e sono “tenuti insieme dallo scambio” il quale è ora “principalmente scambio tra gli uomini” [19]. Infatti ora è il denaro a mediare questo scambio. Con lo sviluppo della grande industria della concorrenza, infine, la divisione del lavoro perde “l’ultima parvenza del suo carattere naturale” e “tutti i rapporti naturali” sono risolti “in rapporti di denaro” [20].
La critica dell’economia politica: il ricambio organico fra l’uomo e la natura e le sue forme sociali Il duplice livello di analisi individuato dal materialismo storico viene pienamente sviluppato da Marx nelle opere della maturità che costituiscono quella che egli chiama la critica dell’economia politica, cioè l’analisi sistematica, l’anatomia della forma sociale contemporanea — il modo di produzione capitalistico — e delle sue contraddizioni interne che conducono al suo superamento rivoluzionario.
Non è questo il luogo per presentare l’insieme delle linee generali di questa analisi del capitalismo, in verità piuttosto conosciuta. Richiamiamo qui solo alcuni dei suoi elementi basilari — generalmente trascurati e ignorati (non solo dai critici di Marx ma anche da molti pretesi marxisti) — che riguardano le relazioni uomo-natura-società. È da tempo un luogo comune, non solo tra gli ecologisti ma anche tra molti militanti della sinistra, la tesi secondo la quale Marx sarebbe stato un propugnatore entusiasta dell’industrializzazione e della tecnica, avrebbe ignorato le conseguenze sull’ambiente dello sviluppo capitalistico, la sua teoria economica sarebbe inadeguata a fare i conti con l’emergente contraddizione tra economia ed ecologia e più in generale conterrebbe un punto di vista riduttivo riguardo le contraddizioni della nostra epoca, avendo concentrato l’intera attenzione attorno alla questione dello sfruttamento del lavoro e ignorato lo “sfruttamento” della natura. L’analisi che segue spera di dimostrare che questa tesi è del tutto infondata.
L’intera attività produttiva degli uomini — il loro lavoro — si svolge, quali che siano i rapporti sociali, come appropriazione e trasformazione di elementi naturali con l’aiuto di mezzi e forze tratti dalla natura stessa, il cui scopo è la riproduzione della vita:

“In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita” [21].

L’attività economica, in quanto produttrice di valori d’uso, è dunque concepita come una forma modificata del ricambio organico (Stoffwechsel) tra l’uomo e la natura come dice Marx con termine significativamente mutuato dalle scienze naturali del suo tempo.
Il concetto di ricambio organico è di straordinaria modernità; esso equivale all’idea del metabolismo della natura, fatto di cicli di materia e di flussi di energia, sostrato delle mutue relazioni fra le specie e fra esse e l’ambiente circostante, qual è proprio della moderna ecologia. Si veda la descrizione che ne dà Jacob Moleschott, naturalista tedesco contemporaneo di Marx e come lui influenzato dall’antropologia materialistica di Feuerbach, probabilmente l’ispiratore diretto di Marx stesso:

“Ciò che l’uomo elimina, nutre la pianta. La pianta trasforma l’aria in elementi solidi e nutre l’animale. I carnivori si nutrono di erbivori, per divenire a loro volta preda della morte e diffondere nuova vita nel mondo delle piante. A questo scambio della materia si è dato il nome di ricambio organico [22].

L’accusa di non aver colto le relazioni tra attività economica e cicli naturali, tra economia ed ecologia, rivolta continuamente a Marx (da Nicholas Georgescu-Roegen, ad esempio), messo nello stesso sacco con la quasi totalità degli economisti borghesi, è completamente ingiustificata. Da questo punto di vista, anzi, Marx è un precursore. Per ciò che riguarda la sua forma materiale, dunque, l’attività economica è un processo naturale, prolungamento e modificazione dei processi della natura stessa piegati dall’uomo ai suoi fini. I risultati della produzione sono frutto pertanto non solo dell’attività dell’uomo ma anche di quella della natura:

“Il lavoro, come formatore di valori d’uso, come lavoro utile è una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme della società, è una necessità eterna della natura che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini. […] Nella sua produzione l’uomo può soltanto operare come la natura stessa: cioè unicamente modificando le forme dei materiali. E ancora: in questo stesso lavoro di formazione l’uomo è costantemente assistito da forze naturali. Quindi il lavoro non è l’unica fonte dei valori d’uso che produce, della ricchezza materiale. Come dice William Petty, il lavoro è il padre della ricchezza materiale e la terra ne è la madre” [23].

Ma il processo lavorativo si distacca dalla mera appropriazione animale della natura fin dai primordi della specie umana, essendo l’uso degli strumenti — organi extracorporei dell’uomo — specifica caratteristica umana:

“L’uso e la creazione dei mezzi di lavoro, benché già propri, in germe, di certe specie animali, contraddistinguono il processo lavorativo specificamente umano; per questo il Franklin definisce l’uomo a toolmaking animal, un animale che fabbrica strumenti” [24].

Con l’evolvere della vita sociale dell’uomo, il suo metabolismo con la natura diviene progressivamente un processo mediato socialmente:

“Ogni produzione è una appropriazione della natura da parte dell’individuo, entro e mediante una determinata forma di società” [25].

In verità prende forma — secondo Marx — un vero e proprio ricambio organico sociale come sottoinsieme del ricambio globale con la natura. La forma storica del ricambio entro la società dipende strettamente dalla forma dei rapporti di produzione. Nelle comunità primitive di cacciatori-raccoglitori, fino alle comunità di villaggio che formano la base del modo di produzione asiatico, la distribuzione dei prodotti del lavoro comune (o del lavoro individuale ma sottoposto alla collettività) è mediata da norme comunitarie tradizionali.
Forme di distribuzione diverse dallo scambio di merci permangono anche all’interno della piccola economia contadina e tra essa e l’artigianato indipendente, che

“costituiscono in parte la base del modo di produzione feudale, in parte si presentano, dopo la dissoluzione di quest’ultimo, accanto all’impresa capitalistica”, che “costituiscono allo stesso tempo il fondamento economico della comunità classica nella sua epoca migliore, dopo che si fu disciolta la originaria proprietà comune orientale, e prima che la schiavitù si fosse impadronita seriamente della produzione” [26].

La forma dello scambio di merci nasce inizialmente ai margini delle comunità che producono per l’autoconsumo, non al loro interno. Essa si accompagna allo sviluppo del commercio e dei ceti mercantili e, in generale, dell’economia monetaria, nella quale i valori d’uso assumono progressivamente la forma di valori di scambio, cioè di prodotti di lavoratori privati indipendenti che si scambiano tra loro per mezzo del denaro.
Valore di scambio, denaro, sono ricchezza astratta (mere rappresentazioni sociali della ricchezza reale, ma pur dotate di potere reale su di essa), in contrapposizione alla concreta e materiale ricchezza rappresentata dai valori d’uso (cioè dagli oggetti utili). Questa ricchezza astratta produce la ricchezza astratta che si accresce, si moltiplica, si accumula senza altro scopo che la propria accumulazione: il capitale. Dapprima nelle forme del capitale monetario e mercantile, quindi nella forma rivoluzionaria del capitale industriale, che si appropria dei mezzi di produzione e si sottomette il lavoratore “libero”, cioè separato dalle sue condizioni di esistenza e di lavoro. E il processo che vede la dissoluzione del modo di produzione feudale, la generalizzazione dell’economia monetaria (risultato e catalizzatore di tale dissoluzione), la creazione del mercato internazionale e infine mondiale, la trasformazione in merci non solo dei prodotti ma anche dei mezzi di produzione, compresa la terra e le risorse naturali.
Col trionfo del modo di produzione capitalistico la circolazione delle merci — e tutto è ormai merce o è in procinto di diventarlo — diventa il vero ricambio organico sociale che imprime il suo sigillo anche sul ricambio organico tra la specie e la natura. Quest’ultimo è ora continuamente sconvolto dalla rivoluzione permanente nelle condizioni tecniche del processo lavorativo (ridotto a semplice mezzo per il processo di valorizzazione del capitale), rivoluzione che si attua soprattutto nella grande industria con lo sviluppo delle macchine e l’assoggettamento delle forze del lavoro sociale (scienza e tecnica) e delle forze della natura.
La natura stessa viene ora sistematicamente esplorata per scoprirne nuove potenzialità utili; viene integrata nei processi produttivi, viene modificata su larga scala secondo i bisogni del profitto: questa è la molla che spinge e orienta la produzione, non la soddisfazione dei bisogni umani individuali e sociali:

“L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base all’appropriazione del lavoro non pagato e al rapporto fra questo lavoro non pagato e il lavoro oggettivato in generale o, per usare un’espressione capitalistica, in base al profitto e al rapporto fra questo profitto e il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio del profitto […]. Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo” [27].

I bisogni umani non contano che nella misura in cui sono in grado di “realizzare” il valore di scambio dei valori d’uso corrispondenti, cioè nella misura in cui sono in grado di pagarli secondo i desideri del capitale che li produce. E questa logica rovesciata — per la quale i bisogni che decidono che cosa, quanto e come produrre sono i bisogni di un meccanismo sociale che sfugge al controllo dei suoi agenti e non i bisogni reali degli uomini — che conferisce al processo di produzione capitalistico il suo caratteristico movimento di produzione per la produzione, interrotto periodicamente dall’insorgere della crisi e del marasma in cui lo precipitano le sue contraddizioni:

“Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso, è questo: che il capitale e la sua autovalorizzazione appaiono come punto di partenza e punto di arrivo, come motivo e scopo della produzione; che la produzione è solo produzione per il capitale, e non al contrario: i mezzi di produzione sono dei semplici mezzi per una continua estensione del processo vitale per la società dei produttori. I limiti nei quali possono muoversi unicamente la conservazione e l’autovalorizzazione del valore-capitale, che si fonda sull’espropriazione e l’impoverimento della grande massa dei produttori, questi limiti si trovano dunque continuamente in conflitto con i metodi di produzione a cui il capitale deve ricorrere per raggiungere il suo scopo, e che perseguono l’accrescimento illimitato della produzione, la produzione come fine a se stessa, lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali dal lavoro. Il mezzo — lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali — viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente. Se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono” [28].

Lo sviluppo capitalistico è dunque per Marx uno sviluppo contraddittorio: realizza grandi risultati e apre grandi possibilità ma lo fa più come potenzialità che come effettualità, e per molte ragioni. Perché è uno sviluppo anarchico, non regolato, non diretto. Perché i suoi frutti sono privilegio di una minoranza e i suoi costi sono la fatica e la privazione della maggioranza. Perché nel corso del processo il capitale tende a distruggere le fonti stesse della ricchezza: l’uomo e la natura.
La critica dell’economia politica: la degradazione capitalistica dell’uomo L’uomo, in quanto lavoratore, è privato di gran parte dei risultati della sua attività; i suoi bisogni sono compressi al livello dei suoi bisogni elementari se non proprio animali. Marx aveva già scritto nei Manoscritti del 1844:

“Persino il bisogno di aria libera cessa, per l’operaio, di essere un bisogno; l’uomo torna ad abitar caverne ma che sono ora avvelenate dai mefitici miasmi della civiltà e ch’egli occupa ormai soltanto precariamente in quanto gli sono qualcosa di estraneo che gli viene meno da un giorno all’altro […] La luce, l’aria ecc. la più elementare pulizia animale cessa di essere per l’uomo; il sudiciume questa depravazione e corruzione dell’uomo, la fogna (alla lettera) della civiltà gli diventa l’elemento in cui vive. L’incuria totale, innaturale la natura corrotta, gli diventa suo elemento vitale […]. Non solo l’uomo non ha più bisogni umani, anche i bisogni animali cessano in lui” [29].

Le possibilità di sviluppo individuale e collettivo del lavoratore sono tarpate, inibite dalla sua posizione di sottomissione sociale; la sua autonomia è trasformata in dipendenza dal capitale e dalla sua esistenza materiale, il sistema delle macchine. Il suo pluslavoro si converte nella base per lo sviluppo della ricchezza e del potere del suo antagonista, il capitalista. Ma anche quest’ultimo non è, in quanto agente del capitale, che un uomo unilaterale, “costretto” a questa funzione dalle leggi del sistema sociale che operano per lui come “necessità esterna”:

“In quanto è capitale personificato […] i motivi che lo spingono non sono il valore d’uso o il godimento, bensì il valore di scambio e la moltiplicazione di quest’ultimo. Come fanatico della valorizzazione del valore egli costringe senza scrupoli l’umanità alla produzione per la produzione […] la concorrenza impone a ogni capitalista individuale le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico come leggi coercitive esterne” [30].

Questa disumanità del capitale (del capitalista), determinata dalla mera considerazione del valore di scambio e dall’indifferenza verso il concreto valore d’uso, ha prodotto e continua a produrre il supersfruttamento del lavoro ogni volta che ciò sia possibile, fino alle peggiori degradazioni fisiche e psichiche dell’umanità del lavoratore. Marx esamina questa tendenza nel Capitale nel capitolo dedicato alla lotta dei lavoratori inglesi per la riduzione della giornata lavorativa; alla quale la borghesia si oppone in tutti i modi, nonostante le impressionanti testimonianze dei rapporti ufficiali (opera di funzionari governativi) che descrivono le infermità e le deformità a cui va soggetta la popolazione operaia inglese nelle condizioni delle fabbriche della prima metà dell’ottocento.

“Il capitale, che ha così “buoni motivi” per negare le sofferenze della generazione di lavoratori che lo circonda, nel suo effettivo movimento non viene influenzato dalla prospettiva di un futuro imputridimento dell’umanità e di uno spopolamento infine incontenibile, né più né meno di quanto su di esso influisca la possibilità della caduta della terra sul sole. Ciascuno sa, in ogni imbroglio di speculazione sulle azioni, che il temporale una volta o l’altra deve scoppiare ma ciascuno spera che il fulmine cada sulla testa del suo prossimo e non prima che egli abbia raccolto e portato al sicuro la pioggia d’oro. Après moi le déluge! è il motto di ogni capitalista e di ogni nazione capitalistica. Quindi il capitale non ha riguardi per la salute e la durata della vita dell’operaio, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società” [31].

La critica dell’economia politica: la degradazione capitalistica della natura

“Après moi le déluge!”: il motto che riassume il comportamento del capitale nei confronti della salute e della vita dei lavoratori, può benissimo essere esteso a sintetizzare il comportamento verso la natura. L’attenzione critica di Marx non prende ancora la forma di una analisi sistematica e globale degli effetti del capitalismo sull’ambiente naturale. Ci sono tuttavia nella sua opera innumerevoli passi, e anche pezzi di analisi di singoli aspetti nel loro nesso generale col nuovo modo di produzione, che dimostrano la sensibilità con cui Marx coglie i rischi terribili che si delineano all’orizzonte. Due sono i nuclei tematici che tornano più spesso: l’approfondimento nella società moderna dell’antagonismo città- campagna e gli effetti della trasformazione capitalistica dell’agricoltura. La concentrazione di grandi masse nelle città, risultato dello sviluppo della grande industria, ha l’effetto di alterare profondamente il ricambio organico fra l’uomo e la natura (come sa bene oggi l’ecologia):

“Con la preponderanza sempre crescente della popolazione urbana che la produzione capitalistica accumula in grandi centri, essa accumula da un lato la forza motrice storica della società, dall’altra turba il ricambio organico fra uomo e terra ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo. Così distrugge insieme la salute fisica degli operai urbani e la vita intellettuale dell’operaio rurale” [32].

Marx non trascura nemmeno il problema dei rifiuti e del loro riciclo. Il problema è trattato espressamente nel terzo libro:

“Con il modo di produzione capitalistico si allargano le possibilità di utilizzo dei residui della produzione e del consumo. Per residui della produzione intendiamo gli scarti dell’industria e dell’agricoltura, per residui del consumo sia quelli derivanti dal consumo fisiologico umano sia le forme che gli oggetti d’uso assumono dopo esser stati utilizzati […] I residui del consumo sono di grandissima importanza per l’agricoltura. Ma nella loro utilizzazione si verificano, in regime di economia capitalistica, sprechi colossali” [33].

Particolarmente penetrante e di grande attualità è l’analisi dell’applicazione all’agricoltura delle moderne tecniche capitalistiche:

“Come nell’industria urbana, così nell’agricoltura moderna, l’aumento della forza produttiva e la maggiore quantità di lavoro resa liquida (cioè “esuberante” nell’agricoltura e quindi disponibile altrove, ndr) vengono pagate con la devastazione e l’ammorbamento della stessa forza-lavoro. E ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio ma anche nell’arte di rapinare il suolo; ogni progresso nell’accrescimento della sua fertilità per un dato periodo di tempo, costituisce insieme un progresso della rovina delle fonti durevoli di questa fertilità. Quanto più un paese, per esempio gli Stati Uniti dell’America del Nord, parte dalla grande industria come sfondo del proprio sviluppo, tanto più rapido è questo processo di distruzione. La produzione capitalistica sviluppa quindi la tecnica e la combinazione (il concetto di combinazione potrebbe essere reso più modernamente con il termine di “integrazione”; ndr) del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio” [34].

L’impoverimento del suolo sottoposto ad uno sfruttamento irrazionale con il ricorso ai mezzi chimici è cosa troppo nota all’ecologia moderna perché sia necessario sottolineare la portata anticipatrice di questa pagina “ecologista” del Capitale, Marx (come egli stesso ci dice in nota) ha ricavato i suoi dati dall’opera di Liebig, della quale dà questo giudizio:

“La spiegazione del lato negativo dell’agricoltura moderna, dal punto di vista delle scienze naturali, è uno dei meriti immortali del Liebig”.

Basterebbero in verità queste poche pagine per far piazza pulita di tanti luoghi comuni contro Marx che circolano tra gli ambientalisti. Purtroppo anche quelli di loro che si collocano nell’area della sinistra (come Laura Conti ed Enzo Tiezzi) danno a vedere di conoscere l’opera marxiana di seconda mano e/o di aver recepito acriticamente giudizi liquidatori di autori antimarxisti che, per parte loro, Marx o non lo conoscono o non lo hanno capito.
Questi temi vengono ulteriormente approfonditi con l’esame della rendita, dove si tratta delle trasformazioni prodotte nelle attività agricole, minerarie e forestali dall’affermarsi dei rapporti di produzione capitalistici e dall’applicazione delle tecniche moderne. “Il sistema capitalistico“, osserva Marx, “ostacola un’agricoltura razionale” benché né favorisca lo sviluppo tecnico. “Ad essa è necessaria l’opera del piccolo proprietario che lavora in proprio” (ma che è destinato ad essere soppiantato dalla grande azienda o a subirne le condizioni), “ovvero il controllo dei produttori associati” [35].
Anche la proprietà pubblica della terra non basta di per sè, a parere di Marx, per garantire un’agricoltura razionale, se la produzione resta regolata dal meccanismo esterno del mercato e dei prezzi, invece che dall’esigenza interna di garantire nel tempo le condizioni di fertilità dei suoli. L’argomento è sviluppato in un commento alle opinioni di alcuni agronomi del suo tempo:

“Chimici agrari assolutamente conservatori, quali ad esempio Johnston, ammettono che un’agricoltura veramente razionale trova dappertutto delle barriere insormontabili nella proprietà privata. Lo stesso affermano alcuni scrittori, che sono difensori ex professo del monopolio della proprietà privata del globo terrestre; così ad esempio il signor Charles Comte […]; nell’antagonismo fra la proprietà e un’agronomia razionale (essi) vedono soltanto la necessità di coltivare la terra di un paese come un tutto. Ma la dipendenza dalle oscillazioni dei prezzi di mercato, nella quale si trova la coltura dei particolari prodotti della terra, e la continua trasformazione di questa coltura in armonia con queste oscillazioni di prezzo, tutto lo spirito della produzione capitalistica, che è orientato verso il guadagno rapido e immediato, sono in opposizione con l’agricoltura, che deve tener presenti tutte le permanenti condizioni di vita delle generazioni che si susseguono; un esempio lampante è dato dalle foreste che soltanto talvolta vengono sfruttate in una certa misura secondo l’interesse generale, quando non costituiscono proprietà ma sono sottoposte all’amministrazione dello Stato” [36].

Restando nell’ambito della proprietà privata, il problema è esacerbato dagli interessi antitetici del proprietario fondiario e dell’affittuario capitalista. La difesa della fertilità del suolo nel lungo termine abbisogna di migliorie che si incorporano nel fondo (drenaggi, irrigazione, ammendamenti, ecc.). I costi di questi interventi sono sostenuti di norma dall’affittuario ma, alla scadenza del contratto d’affitto, i risultati tornano ad esclusivo beneficio del proprietario fondiario che si trova in condizione di pretendere una rendita accresciuta in proporzione all’aumentata produttività della terra. I proprietari fondiari “mettono così nelle loro tasche private il risultato dello sviluppo sociale senza avervi contribuito — fruges consumere nati (nati per consumare i frutti). Ciò costituisce al tempo stesso uno degli ostacoli maggiori per una agricoltura razionale, in quanto l’affittuario evita tutti i miglioramenti e le spese che non prevede di poter recuperare integralmente prima della scadenza dell’affitto” [37].
Anche la conduzione diretta si trova di fronte all’ostacolo della rendita ma nella forma trasformata del prezzo da pagare per l’acquisto del fondo (prezzo che equivale alla rendita capitalizzata al saggio corrente dell’interesse). Ora, osserva Marx, “l’esborso di capitale monetario per l’acquisto del terreno non costituisce […] un investimento di capitale agricolo. Esso è pertanto una diminuzione del capitale di cui i piccoli contadini possono disporre nella loro sfera di produzione. Esso diminuisce pertanto la quantità dei loro mezzi di produzione e restringe quindi la base economica della riproduzione. Esso assoggetta il piccolo contadino all’usuraio, perché in questa sfera (l’agricoltura, ndr) il credito, nel senso effettivo della parola, in generale si presenta solo raramente” [38].
È un quadro che fotografa a tutt’oggi i problemi di larghi settori contadini, soprattutto nei paesi semicoloniali proprietà quanto nel caso della grande azienda moderna, conclude Marx: “Il trattamento consapevole e razionale della terra come eterna proprietà comune, come condizione inalienabile di esistenza e di riproduzione della catena delle generazioni umane che si avvicendano, viene rimpiazzato dallo sfruttamento, dallo sperpero delle energie della terra, a prescindere dal fatto che lo sfruttamento viene fatto dipendere non dal livello raggiunto dallo sviluppo sociale ma dalle condizioni casuali e disuguali dei singoli produttori. Nella piccola proprietà ciò avviene per mancanza di mezzi e di conoscenze scientifiche necessari all’impiego della forza produttiva sociale del lavoro. Nella grande proprietà ciò avviene per lo sfruttamento di questi mezzi ai fini dell’arricchimento più rapido possibile dell’affittuario e del proprietario. In ambedue per la dipendenza dal prezzo di mercato” [39].
Sarebbe difficile fotografare meglio i problemi in cui si imbatte oggi l’agricoltura su scala planetaria: eppure questo passo è stato scritto oltre un secolo fa!
Infine, riprendendo motivi che abbiamo già accennati, Marx aggiunge al quadro sugli effetti delle tecniche industriali in agricoltura e della separazione città-campagna un elemento più vero oggi di quanto non lo fosse allora: gli effetti del commercio internazionale. Esso crea una “incolmabile frattura” nel ricambio organico “prescritto dalle leggi generali della vita”, poiché lo sperpero degli elementi della forza produttiva della terra “viene esportato” ben al di là dei confini nazionali [40].
Aver riscoperto la centralità dell’agricoltura e delle sue condizioni naturali, aver sollevato i problemi decisivi delle risorse naturali e della difesa del suolo dall’erosione, dal disboscamento, dalla desertificazione, sono meriti indubitabili dell’ambientalismo contemporaneo di cui bisogna dargli atto. Ma questa riscoperta è stata fino ad oggi carente sotto un altro aspetto, per superare il quale la riscoperta di Marx da parte dell’ecologia è tanto importante quanto la scoperta dell’ecologia da parte del marxismo. Questo limite dell’ambientalismo è la scarsa considerazione delle radici sociali dei problemi ecologici. Quando l’ambientalismo scoprirà l’importanza di questo aspetto, esso coglierà senza dubbio la consonanza tra le sue aspirazioni e la prospettiva marxista di una società senza proprietà privata:

“Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive” [41].

Note

[1] K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 267.

[2] K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 269.

[3] K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 200.

[4] K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 201-201.

[5] K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 203.

[6] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici, Einaudi, Torino 1970, p. 111.

[7] K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 233.

[8] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 9-10.

[9] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 51.

[10] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 29.

[11] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 25.

[12] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 64-65.

[13] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 28.

[14] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 26.

[15] K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 5.

[16] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 8.

[17] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 21.

[18] K. Marx-F.Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 20.

[19] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 39-40.

[20] K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 50.

[21] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, I, p. 211.

[22] Jacob Moleschott, Il ciclo della vita, 1857, citato da A. Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Laterza, Bari 1969, p.80.

[23] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, I, p. 75.

[24] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, I, p. 214.

[25] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (1857-1858), La Nuova Italia, Firenze 1968, I, p. 10.

[26] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, I, p. 376. Per altri riferimenti ai temi di questo paragrafo nelle opere di Marx si possono vedere anche: Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (1857-1858), II, p. 79 e succ., e Il capitale, I, pp. 74, 111, 400, e Il capitale, III, p. 220; e inoltre, naturalmente, l’intero capitolo XXIV del I libro del Capitale dedicato all’accumulazione originaria.

[27] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, p. 312.

[28] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, p. 303. Si vedano i passi in Capitale, I, p. 137, 144, 354, 661; II, p.59; e in Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (1857-1858), II, pp. 10-11 e 402-403.

[29] K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 237.

[30] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, I, p. 648.

[31] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, I, p. 305. Sul tema della sottomissione del lavoratore alle macchine si vedano anche i Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (1857-1858), II, pp. 389-397.

[32] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, I, p. 501.

[33] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, p. 135

[34] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, I, pp. 552-553.

[35] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, pp. 158-159.

[36] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, p. 716 (nota).

[37] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, p. 719.

[38] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, p. 925.

[39] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, p. 925.

[40] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, p. 926.

[41] K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1974, III, p. 88

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