Sconfiggere la precarietà, una battaglia comune

Com’è cambiato nel tempo il mondo del lavoro? Come si è trasformato, sotto i colpi della crisi, ma anche attraverso il ruolo delle tecnologie? Come si immagina di sovvertire lo status quo dettato dall’agenda politica liberistica?

CHI E’ IL “PRECARIO”?

A partire dai primi anni 2000, si può parlare di un nuovo fenomeno rappresentato da lavoratori “atipici” che si può definire dei “nativi precari”. Sono le generazioni più giovani, nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 35 anni: coloro che sono nati e cresciuti nella flessibilità lavorativa, non hanno mai conosciuto un mondo del lavoro regolamentato, e si trovano pienamente immersi nella dimensione dei “lavoretti” prima e della gig economy poi. Sembrano avere un rapporto più disincantato, meno “ideologico”, più pragmatico con il lavoro. Non c’è più dentro o fuori, non ci sono standard a cui sperare di aderire, uscendo da una precarietà che è negazione di un modello di riferimento: il precario è identificazione per difetto, appartiene alla sfera del “non”, è il risultato umano dell’instabilità e dell’insicurezza. La “normalizzazione” della precarietà consente un investimento emotivo minore sul lavoro; la consapevolezza che molto difficilmente il lavoro potrà rappresentare un ambito di realizzazione e di avanzamento sociale; l’accettazione della sfida e del rischio della precarietà in termini più concreti, relativizzando l’esperienza del lavoro dentro i confini di mero approvvigionamento di reddito. Questo comporta accettazione, rassegnazione, assenza di conflitto sociale e un disastro per il funzionamento della stessa democrazia di un Paese.

Per i “precari nativi” il lavoro è esclusivamente una modalità per recuperare uno stock minimo di risorse, indispensabile per fronteggiare i bisogni quotidiani. L’occasione lavorativa acquisisce sempre più, appunto, la dimensione dell’“occasionalità” del lavoro “che si trova” in un momento contingente. “Trovare” lavoro sembra sempre più identico alla stipula di un abbonamento in palestra. Come conseguenza, quel carico di affettività, socialità, capacità relazionale e comunicativa che il lavoratore “della fabbrica” era ancora disposto a immettere nel processo produttivo, sembra riversato in buona parte oltre e fuori la sfera lavorativa, sminuendo di fatto “l’attrattiva del lavoro” e limitandola alla sua capacità residua di garantire la riproduzione materiale.

Il lavoro non serve più a nobilitare l’uomo,a renderlo parte di una comunità, ma a garantirgli un sostentamento ora e subito.

Si assiste ad un aumento della povertà alimentare e abitativa, mentre aumenta il rischio di vulnerabilità ed esclusione sociale al quale possono incorrere le famiglie mono reddituali rispetto a spese impreviste, come le spese di cura e sanitarie; l’incertezza economica per minori e giovani adulti; le condizioni di marginalità in cui vive parte della forza lavoro migrante; l’insicurezza esistenziale cui sono ridotti giovani senza lavoro, studio o formazione, così come più generali condizioni di sottoccupazione o lavoro nero; i lavoratori precari a rischio di esclusione sociale; le diverse tipologie di woorking poor, il part time imposto, gli over-40 e 50 espulsi dal mercato del lavoro e ancora non in condizioni di accedere al trattamento pensionistico; le donne divise tra lavoro di cura non retribuito e salari da lavoro ancora al di sotto delle loro pari nel resto del mondo occidentale; le trasformazioni delle classi medie e di quel ceto medio impoverito sia dell’impiego tradizionale, che delle nuove e vecchie professioni autonome e indipendenti.

Questi mutamenti avvenuti negli ultimi anni nel mercato del lavoro hanno comportato una sempre maggiore individualizzazione dei rischi sociali, scaricando i costi previdenziali e assicurativi sulla singola persona, senza la precedente mediazione di quelle strutture sindacali, pubbliche e imprenditoriali che si assumevano una parte delle responsabilità per la protezione del lavoratore. È l’individualizzazione del rischio e la sua privatizzazione, che genera un pericolo di esclusione sociale, anche creando un sottoproletariato urbano globalizzato.

Si è definitivamente transitati “dal sistema della piena occupazione standardizzata, al sistema della sottoccupazione flessibile e plurale”. Questa tendenza si è ulteriormente radicalizzata con il progressivo affermarsi delle piattaforme digitali, capaci di generare esclusivamente impieghi saltuari e occasionali (contratti interinali, molto spesso part time, con retribuzioni del tutto insufficienti e legati alle curve produttive variabili di mese in mese), che divengono sempre più una forma di lavoro egemone, per quella massa di utenti al contempo sia produttori che consumatori, nel vuoto di garanzie e sicurezze sociali. Si è assistito, ben presto, ad un ulteriore salto di paradigma: il passaggio dalla flessibilità come nuova regolazione dal mercato del lavoro alla precarietà come condizione individuale di insicurezza lavorativa, retributiva ed esistenziale.

Si è giunti al ricatto della precarietà come consapevolezza del lavoratore di non essere in grado di provvedere nel breve-medio periodo al proprio sostentamento, ne’ con lo svolgimento di attività lavorative adeguatamente retribuite, ne’ con l’accesso a tutele e garanzie della sicurezza sociale. È la precarietà vissuta nell’instabilità del rapporto di lavoro che tracima nell’insicurezza del singolo nel mercato del lavoro. È perciò una condizione di precarietà individuale che non riguarda esclusivamente il momento dell’attività lavorativa e dell’intermittenza di retribuzione, ma si riverbera sull’esistenza nel suo complesso (affetti, relazioni, comportamenti, percezione del mondo e scelte politiche). Transitorietà, mobilità, intermittenza, aleatorietà, insicurezza accompagnano i rapporti di lavoro, ma più in generale le esistenze di milioni di persone, dinanzi allo smantellamento di diritti e garanzie dei tradizionali modelli di welfare.

È una trappola che pregiudica l’intera esistenza, mortificando l’identità culturale, sociale, professionale delle persone, fino a minare situazioni familiari, relazioni interpersonali, rapporti sociali e come stiamo vedendo in questi anni anche aspetti politici rilevanti per il Paese.

Sempre più persone si trovano ai margini della società, a causa di biografie lavorative ed esistenziali frammentate. Sempre più persone divengono “non cittadini”, consumatori con rischio di esclusione sociale ulteriormente amplificato dagli effetti della crisi economico-finanziaria e dalle fallimentari risposte che sono state date dalle classi dirigenti nazionali e globali, sindacali e politiche. Ciò che accomuna i precari è proprio questa condizione di “consumatori globali senza diritti di cittadinanza”. Sono “non cittadini” tutti coloro che sono privi di diritti sociali, che vivono al di sotto della soglia di povertà, che non hanno accesso alle indennità statali, sia perché queste indennità sono legate spesso alla residenza legale sia perché hanno perso tale diritto per mancanza di fondi statali, per mancanza di adeguate misure o per i tagli alle protezioni sociali. Questi “non cittadini” rappresentano l’enigma dell’attuale cittadinanza sociale sospesa tra inadeguatezza dei sistemi sociali nazionali, governance europea sempre più austera, poteri poco trasparenti delle grandi multinazionali del capitalismo finanziario e istituzioni economiche globali spesso inadeguate. E proprio nel contesto europeo questo gigantesco meccanismo di espulsione sembra assumere dimensioni ancor più pericolose, a partire dai soggetti di quello che è ancora considerato lavoro atipico, temporaneo, part-time, occasionale, intermittente, autonomo, freelance, indipendente, lavoratori a distanza e da casa (telelavoro) e via nelle mille figure di prestazioni lavorative temporanee, forme neo-servili, anche nell’economia digitale e di piattaforma, che risultano essere i più colpiti in assenza di adeguate prestazioni sociali.

LA TRASFORMAZIONE DELLE FORME DI LAVORO

Gli apparati emersi in epoca fordista sono in grande difficoltà, a seguito del declino progressivo delle condizioni economiche sociali e politiche che li hanno prodotti (leggasi “crisi del capitalismo”), e alla politica si richiede da tempo la necessità di raccogliere le domande generate dai vuoti dei sistemi sociali e previdenziali per organizzare delle risposte adeguate, che purtroppo tardano ad arrivare.

La frantumazione di molte presunte “certezze” (crescita economica, progresso, occupazione, positività della globalizzazione), nella dinamica messa a nudo dalla crisi finanziaria, spinge a ripensare le modalità di organizzazione della vita e dei suoi bisogni, politicizzando il problema a partire dalle strutture di base (la famiglia) e perfino a partire dalle attitudini sentimentali che sono implicate in essa (la cura, la sollecitudine, l’amore, la dedizione). L’attuale sistema organizzativo del welfare pubblico, assumendo anche una funzione di selezione e di controllo della forza lavoro sulla base di criteri di accesso diseguali, sembra trasformarsi in fattore direttamente produttivo, attraverso ambigue forme sussidiarie laddove “gestire” e “amministrare”, termini classicamente usati in riferimento a beni e risorse materiali, vengono applicati all’esistenza umana. Dal management aziendale si passa al management dell’esistenza: la salute, la scuola, l’abitare, momenti delicati e fragili come l’infanzia o la vecchiaia, sono la materia su cui si esercita il “management della vita” del welfare liberista 2.0 che maneggia corpi e necessità. A causa di tali meccanismi, quella cooperazione sociale, in partenza potente, finisce per doversi confrontare con processi di impoverimento e di alienazione esistenziale connessi al degrado dei legami sociali, dei processi cooperativi e relazionali. La critica dell’economia politica non può, dunque, che fondarsi su una critica dell’esperienza vivente.

A partire dal mutamento delle forme di produzione, nel passaggio dal sistema fordista della grande fabbrica, si è assistito negli ultimi quarant’anni ad un nuovo mutamento. Trasformazione oggi evidente nei processi di automazione, in quella che va profilandosi come la rivoluzione delle piattaforme tecnologiche, i Big Data, Internet of Things e intelligenza artificiale. Decisiva in questa grande trasformazione delle forme del lavoro è stata la graduale trasformazione della regolamentazione e del quadro normativo dei rapporti di lavoro (politiche della precarietà sempre in divenire).

La rivoluzione tecnologica, dell’informazione e della comunicazione; lo sviluppo di attività legate ai servizi alla persona e al terziario avanzato, dei lavoratori della conoscenza; la trasformazione dei rapporti di lavoro e del diritto del lavoro nel senso di una maggiore flessibilità dei contratti di lavoro e intermittenza professionale. Questa rivoluzione ha cambiato i tempi, gli spazi e le forme, nonché gli stili di vita e le relazioni sociali. La radicale “crisi della società salariale” affonda le proprie radici nei grandi mutamenti geopolitici degli anni Settanta. In quel decennio si inaugura un lungo ciclo di crisi economiche del mondo occidentale, originate dallo shock petrolifero del 1973 e dal conseguente periodo di stagflazione. I conseguenti processi di globalizzazione dei sistemi economico-finanziari delle diverse aree macro-regionali, hanno messo in crisi la centralità del mondo occidentale, nella sua articolazione euro-atlantica, e hanno ridotto drasticamente la capacità di crescita economica sperimentata nei decenni passati, a vantaggio prima delle cosiddette Tigri asiatiche e successivamente in favore dei Paesi BRIC. Soprattutto per l’Europa tutto questo ha comportato il passaggio a una società post-industriale del terziario avanzato e dei servizi, in cui si è verificata una progressiva e inarrestabile incapacità di provvedere al benessere, alla protezione e alla sicurezza delle persone attraverso l’intervento dei tre pilastri intorno ai quali si era edificata l’integrazione sociale degli Stati costituzionali nella società salariale del ventesimo secolo: famiglia, lavoro, welfare.

Lo spazio della cittadinanza sociale si è ristretto e il confine tra esclusione e inclusione sociale è diventato sempre più labile. Oggi l’1% dei ricchi detiene la ricchezza equivalente del resto della popolazione. In Europa se nel 2007 i cittadini a rischio povertà erano il 17% nel 2012 sono diventati circa il 24,8%. Il rischio di essere o diventare working poor è cresciuto, confermando così il generale deterioramento delle condizioni di vita, e lavoro, soprattutto per quelle categorie di lavoratori con bassi profili professionali, istruzione di base, o che operano in settori con bassi livelli remunerativi. Quando poi si osserva il fenomeno dal punto di vista dei giovani e delle donne la probabilità di essere un working poor aumenta. L’ingresso e poi la permanenza prolungata in posizioni a bassa remunerazione costringe le nuove generazioni in una condizione che è inquadrabile come “trappola della povertà”: il primo lavoro non è più il gradino d’ingresso nell’occupazione stabile, e meglio pagata, ma diventa sempre più una condizione in cui il capitale umano rischia di deteriorarsi.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Negli anni recenti, il mercato del lavoro in Italia è stato uno dei laboratori sperimentali, a livello europeo, di una nuova regolazione del lavoro liberista che ha fondato la sua ragion d’essere sul nesso maggior flessibilità-maggiore occupazione. Le trasformazioni del mercato del lavoro italiano all’insegna di flessibilità e precarietà hanno radici lontane. La prima “riforma” complessiva è la l. 196/97 (pacchetto Treu), che ha introdotto, tra l’altro, il lavoro interinale. Da lì in poi, si sono avvicendate molte disposizioni legislative in materia, fino a quelle degli ultimi anni: la riforma Fornero, del 2011, con la liberalizzazione dei licenziamenti individuali. Questi interventi hanno strutturalmente modificato il mercato del lavoro in Italia, ridefinendo una nuova governance politica e sociale di natura neoliberista. Oggi tutti i partiti che si avvicendano al Governo (a prescindere dalla collocazione ideologica che si danno) hanno un’impostazione economica favorevole a questa tipologia di mercato economico e del lavoro: questo è il primo problema.

La situazione non è migliorata con l’introduzione di nuovi contratti di lavoro come il contratto a tempo indeterminato con tutele crescenti (il cosiddetto Jobs Act). Se, insomma, osserviamo la dinamica relativa ai nuovi posti di lavoro, nel 2016 risultano assunte full time a tempo indeterminato 464.347 mila persone su un totale di 3.782.043 (tempo determinato, apprendisti e stagionali), pari al 12,3%. Nello stesso periodo del 2015, tale percentuale era pari al 17,6%. Nonostante la riforma del lavoro fosse, a parole, finalizzata a contrastare la crescente precarietà, nei fatti i risultati ottenuti appaiono di segno opposto. Occorre notare, quindi, che la precarizzazione del lavoro svolge una funzione anti-ciclica nelle fasi di espansione del ciclo economico e pro-ciclica nelle fasi di recessione. Lungi dal favorire un ammodernamento del sistema produttivo, tali politiche hanno favorito esclusivamente la stagnazione economica, la progressiva erosione dei redditi da lavoro e il calo della produttività. In sintesi, possiamo affermare che oggi la precarietà è la condizione standard del mercato del lavoro italiano.

La spesa per la protezione sociale rispetto al PIL non si discosta in Italia in modo significativo rispetto alla media dei Paesi europei. L’Italia, però, riserva la maggior parte delle risorse all’assistenza agli anziani. Il peso esorbitante delle pensioni sull’insieme della spesa sociale è stato corretto (sempre a danno dei cittadini) a opera di ben tre riforme dal 1996 ad oggi, che hanno pesantemente aumentato i requisiti di età per accedere alla pensione e modificato i sistemi di calcolo, sicché l’assegno sarà per i giovani, negli anni che verranno, sensibilmente ridotto e di durata minore.

Una delle più vistose caratteristiche del welfare italiano è che si basa in buona parte sulla preminenza del ruolo della famiglia rispetto a quello dello Stato; risultano inoltre estremamente frammentate le varie misure assistenziali esistenti, differenziate sulla base delle categorie e delle carriere lavorative, spesso con gravi conseguenze per gli esclusi dal mondo del lavoro stabile. I vari rischi tradizionalmente assicurati dal welfare (vecchiaia, malattia, disoccupazione) danno luogo a misure distinte, non comunicanti tra di loro, generando un panorama normativo spesso incoerente, caotico, cresciuto tramite l’accumulazione di interventi normativi specifici, al di fuori di un disegno unitario. A queste caratteristiche si deve aggiungere un forte squilibrio territoriale, sia per quanto riguarda lo sviluppo economico che per quanto riguarda l’investimento in politiche sociali.

La connessione tra dimensione economica e politica e caratteristiche del welfare italiano nella sua fase espansiva, hanno dato particolare centralità, culturale e politica, alla sola figura del lavoratore più che del cittadino, per cui sono andate caratterizzandosi forme categoriali di protezione sociale. Le misure a tutela delle maternità, ad esempio, risultano fortemente sbilanciate a favore delle madri lavoratrici, mentre alle madri “non occupate” o “precarie” spettano soltanto delle misure dal carattere residuale e di ammontare economico estremamente modesto. L’aumento delle persone che vivono in condizione di povertà e la crescita del numero di nuovi poveri è stato appunto determinato, in buona parte, dalla mancanza di un welfare che fosse meno legato alla condizione di partecipazione al mondo del lavoro; mancanza ancora più grave poiché nel frattempo la condizione dei lavoratori diveniva sempre più precaria e senza diritti, aumentando così la platea degli esclusi da qualsiasi forma di protezione sociale.

Permane l’anomalia del welfare italiano che ancora oggi continua a non prevedere una univoca misura di autentica salvaguardia di tipo universalistico dei minimi vitali dei cittadini, come il riconoscimento di un vero reddito minimo garantito parificato alla soglia di povertà, visto che l’attuale misura (reddito minimo approvato dal Governo Giallo-Verde) non è in grado di rispondere alle difficoltà economiche di milioni di persone (il reddito minimo, istituito dal Movimento 5 Stelle, comporta un assegno medio di 450€, fortemente al di sotto della soglia di povertà stabilita, a fronte di criteri di accesso legati alla situazione ISEE che limitano la possibilità di utilizzo di tale strumento a tutte le fasce realmente bisognose, specialmente lavoratori poveri, precari). Dai dati pubblicati dallo stesso Governo, infatti, risulta abbiano avuto accesso al Reddito Minimo Garantito molte meno persone di quelle che avrebbero realmente avuto necessità.

A parte la suddetta forma di reddito minimo garantito (che si sta dimostrando insufficiente benché sia la strada positiva da intraprendere), per quanto concerne il welfare, richiamandosi ai principi di flexsecurity, le nuove tutele (come la vecchia Aspi tanto per essere chiari) continuano a non agire in un contesto universalistico dei diritti ma si richiamano ancora ad una logica lavoristica duale. La logica è quella di sostenere “i lavoratori con carriere contributive più rilevanti” e con contratti più stabili: le prestazioni a sostegno del reddito tutelano più a lungo non chi è in stato di maggior bisogno, ma chi ha versato più contributi. Ne consegue che, per chi ha lavorato in maniera continuativa nei quattro anni precedenti alla cessazione del rapporto, la durata del beneficio (assegno di disoccupazione) aumenta sensibilmente; invece per i lavoratori precari, o discontinui, le prospettive possono essere totalmente opposte fino a soluzioni “una tantum”. Chi avrebbe più bisogno di un sostentamento riceve meno welfare, e viceversa.

Un’altra variabile degna di attenzione è quella della povertà legata alle fasce d’età, per la quale si registra una rottura rispetto al passato e che potrebbe definirsi una povertà inversamente proporzionale all’età. L’incidenza più alta infatti si registra proprio tra i minori, gli under 18, seguita dalla classe di età 18-34 anni; mentre al contrario gli over 65, diversamente da quanto accadeva nei primi anni del 2000, si attestano su livelli contenuti di disagio. Degli oltre 4,5 milioni di poveri totali, il 46,6% risulta under 34; gli studi della Banca d’Italia evidenziano che in termini reali la ricchezza media delle famiglie “giovani”, con capofamiglia tra i 18 e i 34 anni, è meno della metà di quella registrata nel 1995. L’avvento della precarietà del lavoro e la precarizzazione della vita più in generale ha portato con se il rischio che i figli “finiscano la loro vita più poveri dei loro padri”.

CORRUZIONE E CRIMINALITÀ. LE POVERTÀ E’ DIVENTATA UN AFFARE

In alcuni contesti sociali e in alcuni territori, vi è un radicamento sempre più forte di forme di economia criminale, illegale e sommersa. Secondo alcune stime redatte dall’Istat l’economia “non osservata” (sommersa e derivante da attività illegali) vale 211 miliardi di euro, pari al 13,0% del PIL italiano. Il valore aggiunto delle sole attività illegali corrisponde a circa 17 miliardi di euro. Tra il 2011 e il 2014 il peso sul PIL dell’economia “non osservata” è passato dal 12,4% al 13%”. Dal lavoro nero alla corruzione e alla corruttibilità dei comportamenti, che tanta parte giocano nell’alimentare l’economia illegale, rendono l’Italia ai primi posti nelle classifiche mondiali. Contestualmente alla penetrazione mafiosa nelle attività economiche territoriali, si aggrava l’indebolimento di un tessuto sociale (dovuto alla crisi) che legittima il lavoro nero, le mancate fatturazioni, l’evasione fiscale e tutti i tipi di “accordi” al di fuori delle regole stabilite. Negozi temporanei di “compro oro” vengono situati vicino a bische o sale giochi; sale giochi vengono poste vicino scuole o zone densamente abitate. L’operazione di riciclaggio di denaro sporco e investimento in oro, da parte delle organizzazioni criminali, è di fatto aumentato negli anni della crisi e a vendere l’oro, purtroppo, sono coloro che hanno difficoltà economiche e necessità di denaro liquido immediato. La pratica dell’usura si è ormai diffusa in tutto il Paese e, solo dal 2013 in poi, sono stati censiti nelle relazioni anti-mafia ben 54 clan che hanno investito proprio sull’usura destinata a persone con difficoltà economica, ma anche ad aziende e attività commerciali con urgente necessità ad accedere a denaro liquido per non perdere commesse e lavoro.

I tanti scandali di corruzione che in Italia coinvolgono il mondo della politica, dell’amministrazione pubblica e delle imprese, sono ormai all’ordine del giorno tanto che il rapporto Transparency International del 2015 (Corruption Perception Index) ritiene “l’Italia il Paese più corrotto nell’Ue subito dopo la Bulgaria”. La crisi economica e la corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso, nel quale l’una è causa ed effetto dell’altra. Criminalità, e corruzione, negli ultimi anni si sono sempre più dedicati al tema della povertà come insegna lo scandalo “Mafia Capitale” in cui al centro dei grandi appalti vi era proprio la “gestione” delle famiglie in emergenza abitativa, dei campi nomadi e dei profughi. I poveri, i disoccupati, gli stranieri vengono schiavizzati nelle campagne italiane, sfruttati come facchini nei magazzini della grande distribuzione e della logistica o nei call center. A loro i soldi non arrivano mai, ma su di loro si specula assai, sia a livello politico (sia da destra che da sinistra) sia sul piano economico. Società, agenzie interinali, cooperative, associazioni costruite ad hoc che fanno affari, come fossero intermediari, sull’emergenza sociale di persone perennemente bisognose. Ma la criminalità fa molto di più, costruisce impresa, lavoro e addirittura welfare.

La crisi, il rischio povertà, la mancanza di un lavoro e di adeguate forme di protezione sociale e welfare concorrono a definire il pragmatico “soldi sporchi, maledetti e subito” e la disponibilità di denaro liquido rende sicuramente le mafie l’organizzazione più attrezzata sul mercato.

Oggi diventa difficile costruire progetti che tengano insieme il lavoro, l’autonomia delle persone e l’intervento sociale per via dei tagli al welfare che ci sono stati negli anni della crisi. A ciò si aggiunge la consapevolezza, appunto, della crisi e dunque della fine del welfare familiare, vero e proprio principale ammortizzatore sociale nel lacunoso sistema pubblico di protezione sociale italiano, vista la necessità del sostegno intra-familiare, sia per le risorse economiche tramandate di generazione in generazione, che per il tempo dedicato nella cura dei minori e degli anziani. Tutti hanno la sensazione di difficoltà di mantenere questo schema oggi, quando si erodono le riserve economiche familiari e la cura e la durata delle relazioni familiari-parentali diventano sempre più problematiche, fino a intaccare i rapporti sociali.

Il punto è ripensare il sistema di welfare pubblico, sostenendo l’affermazione di servizi pubblici migliori destinati a chi ha meno possibilità di acquistare un mezzo di locomozione, una regolamentazione sul lavoro che dia garanzie agli occupati (abolizione del precariato, salario minimo orario, contratti che diano garanzie a medio-lungo termine a chi vive di lavoro) e ai nuovi occupati, un nuovo patto abitativo destinato alle generazioni future e ai bisognosi (affitti calmierati, tetto agli affitti, incentivi alla locazione), l’universalizzazione della rappresentanza sindacale in tutti i contesti produttivi (dalla fabbrica al call center passando per i centri di ricerca universitari e non) e molto altro.

Giuseppe Morelli – Risorgimento Socialista

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