Aspetti non economici della Guerra Sociale

La stessa idea del Conflitto Sociale, della Lotta di Classe in termini marxisti e marxiani, e quindi delle possibili alternative al sistema, è stata accuratamente distrutta disarticolando le vecchie classi dominate per romperne la compattezza, passivizzarle e favorire la nascita di un nuovo ordine “compatibile” con il neocapitalismo. La conclamata morte dell’idea del Conflitto fra i membri delle classi subalterne disarticolate favorisce le Aristocrazie finanziarie dominanti nella Guerra Sociale neocapitalistica, inibendo le reazioni delle vittime e avvicinando a grandi passi il momento della vittoria finale. Possiamo concludere che la Guerra Sociale oligarchica del presente – ineguale confronto fra un’Acropoli trionfante e un’Agorà ridotta all’impotenza – non ha soltanto scopi economici, che si sostanziano in un assoluto prevalere, nella distribuzione del prodotto, del Capitale Finanziario sul Lavoro, ma consente ai dominanti di raggiungere importanti obiettivi di diversa natura, primo fra tutti l’affermarsi, in tempi brevi, di un nuovo ordine sociale compatibile con le dinamiche neocapitalistiche e la superiorità, su tutto il resto (politica compresa), dei Mercati e degli Investitori. Si è scritto, nel recente passato, che gli obiettivi di politiche, tipo, quelle montiane non sono solo ragionieristico-economici, ma anche antropologici, per una trasformazione dell’uomo che le subisce in individuo adatto a vivere il presente e il futuro, nella permanente instabilità generata dall’affermazione del Nuovo Capitalismo. Trattasi di una grande verità, e in effetti, dal punto di vista della riproduzione sistemica complessiva e degli interessi sovrani che questa nasconde, è la manipolazione culturale e antropologica dei dominati a rendere possibili gli espropri oligarchici senza provocare tensioni sociali “distruttive” e insostenibili. Si potrebbe persino affermare, con cinica ironia, che sono proprio la manipolazione antropologica e la distruzione accelerata del vecchio ordine sociale (e di riflesso delle classi dominate novecentesche) a favorire la “sostenibilità” complessiva del modello neocapitalistico. La svalutazione economica del Lavoro, inoltre, ha richiesto una parallela svalutazione culturale dello stesso, che ha reso possibile e addirittura “accettabile”, da parte di chi la subisce, la progressiva riduzione del potere d’acquisto di salari e stipendi verificatasi negli ultimi due o tre decenni. Ma la Guerra Sociale ci rivela anche un altro importante scopo non economico: quello di “temprare” i membri della classe neo/dominante, per renderli adatti ad affrontare con la dovuta durezza minacce provenienti dal fondo della piramide sociale, nonché i pericoli esterni rappresentati da entità statali non ancora sottomesse o da residuali formazioni di resistenti. In questo ordine d’idee rientra la stessa guerra infinita al terrore proclamata dopo l’11 settembre 2001 da G. W. Bush e dalle oligarchie finanziarie che lo manovravano. E’ con la guerra infinita al terrore di Bush junior e dei neocon che la guerra tradizionale esterna (Afghanistan, Iraq), e le più recenti (Libia, Siria) nell’intero occidente si è affiancata minacciosamente al Conflitto Sociale interno, integrandolo in difesa del neocapitalismo. Uno stato di guerra permanente e la “mobilitazione” dei dominanti in difesa del modo storico di produzione prevalente, infine, contribuisce a dissolvere le dimensioni culturali pregresse della vecchia borghesia spodestata, in guisa tale che i membri della nuova classe “alta” non possano maturare alcuno spirito critico nei confronti del Nuovo Capitalismo – come accadde a molti borghesi, almeno fino alla svolta del Sessantotto, nei confronti di “quel” capitalismo – e quindi pregiudicare dall’interno la stabilità del sistema. In seno alla Global class è arduo immaginare che possa nascere, oggi, un Marx, o anche soltanto un Keynes. Strumenti di dominazione non economici, non monetari e non finanziari impiegati contro le masse dai dominanti nel corso della Guerra Sociale (politicamente corretto, pacifismo strumentale e “fede” liberaldemocratica, frammentazione territoriale e categoriale delle lotte, divide et impera sociale mettendo i gruppi di lavoratori l’uno contro l’altro, eccetera),

E’ però chiaro che le armi a disposizione del nostro Nemico di Classe in questa guerra, manovrate sapientemente dai suoi mercenari e dai collaborazionisti locali, sono numerose ed efficaci, e soprattutto che gli scopi perseguiti nel conflitto non sono esclusivamente economici. Perciò, chi pensa di poter contrastare il nemico globalista soltanto sul terreno dell’economia – ad esempio rievocando la riforma capitalistica keynesiana attraverso la Modern Money Theory, restituendo così una “funzione propulsiva” ai deficit del bilancio statale e alla spesa pubblica – pur essendo in assoluta buona fede ed essendo lodevoli le sue intenzioni (far conoscere l’economia al popolo come necessaria “presa di coscienza” della situazione), sbaglia nell’analisi e nella prospettiva. In questo caso, si crede possibile il ritorno a un passato economico sepolto, che avrebbe appoggi politici inesistenti, resuscitando così com’erano formazioni sociali novecentesche e modelli di capitalismo ormai defunti. Parimenti, chi crede che l’unico e il solo motivo per cui le masse e il Lavoro sono stati costretti in un angolo è la caduta del saggio medio di profitto capitalistico, ben visibile fra gli anni sessanta e ottanta del novecento, cade in errore offrendo una visione soltanto parziale del problema.   Vi è ancora l’eco delle teorie del crollo novecentesche (il saggio di profitto in declino sarà la pietra tombale del capitalismo) e una visione del sistema che si limita ai meri aspetti macroeconomici. Ancor peggio, chi crede nella possibilità di una “riforma neocapitalistica” senza pregiudicare la struttura in essere, ma mettendo semplicemente sotto controllo la finanza per ridare un po’ di ossigeno (cioè di risorse) al Lavoro e al sociale, se non è un imbroglione politico, sindacale o accademico in aperta mala/fede, muove da una prospettiva completamente sbagliata, perché il sistema è “irriformabile” per ragioni strutturali, e la creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica, progressivamente accelerata, è una sua colonna portante irrinunciabile. Se l’economia politica timidamente critica, interna al sistema, non è certo una rarità (pensiamo a celebri premi nobel “liberal” come Paul Krugman), ciò che manca è una Nuova Critica complessiva, articolata su molti piani, dell’Economia Politica Neoliberista – sulla scorta della Critica dell’Economia Politica operata a suo tempo da Karl Marx, nei confronti del primo capitalismo industriale, dall’alienazione umana nei rapporti di produzione alla teoria del valore – ed è questa, soltanto questa, che potrebbe costituire un’arma nelle mani dei pochi resistenti, alimentando una futura ideologia di legittimazione rivoluzionaria. Mentre impazza la Guerra Sociale senza quartiere voluta dalle Aristocrazie dominanti, una cosa che non dobbiamo fare è cadere nella “trappola economicista”, cercando disperatamente di muoverci su un unico terreno, quello economico, un campo minato in cui la superiorità nemica è ormai incontrastata.  Fuor di metafora e di teoria, ci sono altri terreni sui quali potrà svilupparsi concretamente, con qualche efficacia, la controffensiva, e ci sono i punti deboli del sistema di potere nemico che già oggi possiamo osservare con sufficiente chiarezza. La vulnerabilità, ad esempio, dei sub-dominanti politici locali, più facilmente e produttivamente attaccabili, più raggiungibili nell’immediato, nonché protetti da difese più deboli di quelle riservate alle Aristocrazie finanziarie. 

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