Intervista a Davide Rossi, storico, membro dell’Associazione Stampa Estera italiana in quanto corrispondente per la testata “Sinistra.ch” e iscritto al Partito Comunista (Svizzera).

Intervista a Davide Rossi, storico, membro dell’Associazione Stampa Estera italiana in quanto corrispondente per la testata “Sinistra.ch” e iscritto al Partito Comunista (Svizzera).

  • In che modo la transizione ad un mondo multipolare potrebbe aiutare le forze socialiste e comuniste a modificare radicalmente la struttura economica della società? Del resto, in diverse circostanze (mi sembra) hai precisato che l’edificazione del socialismo non sia all’ordine del giorno, quindi l’abolizione del neoliberismo ed il passaggio ad una socialdemocrazia radicale rappresenta soltanto un segmento della lotta di classe in questa congiuntura storica. Qual è la tua opinione nel merito?

Io credo che con grande franchezza si debba analizzare il mondo contemporaneo per quello che esso è e – per chi voglia leggerne in profondità i dati – è palese che è in corso un quarto conflitto mondiale, se consideriamo, come anche io faccio, la Guerra Fredda il terzo. La nuova guerra mondiale non si combatte con gli eserciti, tale modo truculento di imporre la propria egemonia è oggi reputata una modalità primitiva, costosa e incapace di generare un consenso planetario. Gli scontri militari residuali sono fomentati dall’imperialismo su base locale, mobilitando persone del posto, o mantenendo piccoli contingenti formati da persone in difficoltà, guardiamo ai militari statunitensi in Afganistan, sono immigrati centro-americani, che sperano così di diventare cittadini col passaporto a stelle e strisce, e giovani disoccupati delle periferie e delle zone depresse di quella nazione. Oggi le guerre si combattono con tre armi fondamentali, l’economia, i media e le armi non convenzionali, come quelle batteriologiche. Osservando il mondo attraverso i conflitti, prima di tutto economici e mediatici, appare di lampante evidenza quanto sia in atto uno scontro epocale tra due visioni non conciliabili, da un lato l’unipolarismo occidentale guidato dagli Stati Uniti, dall’altro la faticosa ma concreta costruzione di un mondo multipolare e di pace in cui Cina e Russia, ma anche Iran e Venezuela a livello regionale, sono i principali protagonisti. Lo scontro si sostanza in due approcci totalmente divergenti rispetto al futuro del pianeta, da una parte si crede possibile proseguire, con la copertura della NATO, il furto delle materie prime in Africa, Asia e America Latina, trasformando l’umanità in manodopera a basso costo destinata a morire di fame a vantaggio di un miliardo di persone, gli occidentali, dall’altra c’è la convinzione che tale visione sia catastrofica, porti il mondo al collasso e sia quindi necessario costruire relazioni in cui anche in Africa, Asia e America Latina le donne e gli uomini abbiano il necessario per una vita dignitosa e in cui i diritti umani fondamentali, il cibo, l’istruzione, la casa, la salute siano tutelati. Ora, non so se si possa definire questa seconda proposta per il pianeta, che è la sola capace di futuro, di “socialdemocrazia radiale”, ho certezza che il liberal-liberismo, in tutte le sue declinazioni, da quelle conservatrici a quelle libertarie sia l’apparato ideologico e quindi il nemico da contrastare per provare a salvare la terra. Da marxista resto abbastanza allibito di fronte a persone che si definiscono “comuniste” e che sono totalmente estranee allo stato di cose presenti, contrabbandando per “comunista” da una parte richieste di immediata trasformazione sociale, una fantasmagorica instaurazione del socialismo che esiste solo nelle loro fantasie e non nelle reali condizioni storiche e sociali del presente, dall’altra la riduzione del “comunismo” alle istanze dei diritti civili. Il socialismo esiste, pur in forme diverse, in alcune nazioni come la Cina, ma la realizzazione del comunismo non è all’ordine del giorno dell’umanità. Tra l’altro i due gruppi di “comunisti” sopra citati, in una straordinaria sintonia che unisce massimalismo demenziale e asservimento all’ideologia liberista, quasi sempre ritengono non socialiste le nazioni come la Cina, un ulteriore elemento, a mio giudizio, per dubitare del loro “comunismo”.

  • Più volte hai criticato l’atteggiamento eurocentrico e social-imperialista della “sinistra” occidentale dinanzi alla Rivoluzione iraniana. Quali sono, a tuo avviso, le principali conquiste sociali dell’Iran post-rivoluzionario ed, in estrema sintesi, per quali ragioni le forze socialdemocratiche europee finiscono per abbracciare una parte delle istanze americano-sioniste contro la Repubblica Islamica dell’Iran?

Tu poni l’esempio dell’Iran, e possiamo brevemente analizzarlo, ma il tema che poni è di carattere generale, di più, è la vera contraddizione in atto nella sinistra occidentale, quella più largamente socialdemocratica e ambientalista. Perché se da un lato ci sono diversi modi di essere comunisti, come ti ho appena accennato, ovvero almeno tre, uno massimalista, uno multipolare, uno “diritto-civilista”, la sinistra occidentale socialdemocratica e ambientalista condivide, al pari dei “comunisti diritto-civilisti”, gli stessi valori, ovvero il sistema liberal-parlamentare è il più democratico (infatti le lobby e i grandi capitali loro non li vedono!), i diritti civili sono la pietra angolare dell’azione politica, poco serve obiettare che per un congolese prima dei diritti di genere, pur sacrosanti, vi sia il diritto a mangiare e studiare, pensano di vivere in un mondo che tuteli la libertà di espressione, quando in realtà tutte le voci dissonanti sono ridotte in Occidente all’invisibilità mediatica, il libero mercato è per loro immodificabile e una nazione come la Cina, che in trenta anni ha triplicato i salari e tolto mezzo miliardo di persone dalla povertà, è una dittatura.  Per questa sinistra e per quella parte di “comunisti” che segue tale approccio e ha fatto propria questa analisi, l’Iran è una dittatura. È inutile provare a spiegare a costoro che in Iran tutti studiano, il numero di laureati sia tra i più alti del mondo, lo stato sociale costruito con la Rivoluzione e prima inesistente garantisca casa, scuola e lavoro a una popolazione triplicata in trenta anni, le donne siano la metà dei medici in servizio, la maggioranza dei laureati e un terzo dei dirigenti di azienda, ti risponderanno sempre che le donne in Iran devono portare il velo o agiteranno qualche stupidaggine contro le religioni, dimostrando di non aver capito nulla della dimensione culturale e spirituale dei popoli che non hanno come sola divinità il consumismo capitalista e il possesso degli oggetti, tragica religione di massa degli occidentali.

  • Qual è la posizione dell’establishment iraniano nei confronti del socialismo? Socialismo e religione sono, in quale misura, conciliabili?

Il sistema sociale ed economico nato con la Rivoluzione iraniana, che ha sancito l’irruzione dello spirituale nel politico, ha avuto ai suoi albori la necessità di distinguersi dai due apparati ideologici della Guerra Fredda. Oggi il mondo è totalmente diverso, i dirigenti iraniani non parleranno mai di socialismo, ma il ruolo che svolgono in Medioriente, l’azione sociale condotta nella loro patria, la forte concreta e dichiarata azione a fianco di Cina e Russia per un mondo multipolare sono con tutta palese evidenza la dimostrazione che l’Iran rivoluzionario è una nazione fondamentale per la costruzione di un futuro di pace. In un futuro prossimo non dubito che una parte del pensiero marxista persiano, di cui Ali Shariati è stato tra i più brillanti interpreti, possa avere una maggiore risonanza nel dibattito iraniano culturale e politico, ma ritengo che ora, in questo quadro di conflitto mondiale, sia prematuro. Trovo tuttavia che tu ponga, con la relazione tra marxismo e Rivoluzione iraniana, un altro punto importante nel nostro discorso, ovvero la totale autoreferenzialità della maggioranza dei marxisti occidentali, per mia fortuna faccio parte di una organizzazione politica che al suo interno riflette e studia i contributi creativi apportati dalle organizzazioni e dagli studiosi marxisti di tutto il mondo, in Occidente i comunisti son quasi tutti “guevaristi” e “castristi”, però poi all’atto pratico un documento dei marxisti laotiani o dei coreano-popolari non lo leggerebbero mai, un atteggiamento che io e i miei compagni di partito riteniamo sbagliato e un po’ supponente.

  • In rapporto alle prossime elezioni statunitensi qual è il tuo giudizio sul “fenomeno Sanders”? L’establishment tradizionale sembra essere diviso, arrivati a questo punto il “trumpismo” si configura come una scelta obbligata dell’elite?

Il mio compagno di Partito Sam Iembo ha scritto per “Sinistra.ch” una illuminante riflessione sulla poca democrazia degli Stati Uniti, come anche le attuali primarie democratiche stanno dimostrando. Per parte mia vorrei allargare la riflessione concentrandomi sugli aspetti fondamentali e macroscopici della questione. Un sistema di potere, quello statunitense, vero garante degli interessi multinazionali e speculativi dell’unipolarismo occidentale, è stato picconato quattro anni fa quando la guerrafondaia e golpista signora Clinton è stata affondata da un atto di ribellione dei cittadini che – non vivendo a Wall Street – hanno visto concretamente peggiorare per quaranta anni le loro condizioni di vita e hanno deciso di votare per l’altro candidato, ovvero Trump, il quale in campagna elettorale aveva promesso e detto molto più di quello che l’apparato dello stato profondo liberal-liberista gli ha permesso di realizzare in questo quadriennio. Era inevitabile che l’emersione delle richieste dei cittadini statunitensi: lavoro, salute, investimenti interni e non guerre esterne, diventasse anche argomento di dibattito politico all’interno dei democratici, Sanders parla di socialismo, ma intende chiaramente un sistema socialdemocratico scandinavo, la Warren attacca Wall Street più di chiunque altro, sono l’evidente segnale che le istanze di cambiamento richieste dai cittadini, nonostante i media statunitensi cerchino di soffocarle, sono in costante emersione. Il Trump di oggi per l’apparato liberal-liberista è molto meno preoccupante di una coppia Sandres – Warren, quindi tutto il sistema mediatico “liberal” statunitense sarà impegnato nei prossimi mesi nel provare ad affondare questa coppia di candidati, cercando di sponsorizzare qualche giovane moderato come Pete Buttigieg o Amy Klobuchar, visto che Joe Biden si è capito che non lo votano neppure gli amici che giocano con lui a golf. Ora che cosa accadrà è difficile dirlo, lo stato profondo liberal-liberista vorrebbe una presidenza Buttigieg – Klobuchar, o Bloomberg, che però è antipatico anche ai suoi vicini di casa, in alternativa si prepara a stritolare ancor di più chiunque sia presidente, Trump o Sanders, cambia poco. Certo è che se Sanders o la Warren diventeranno i candidati democratici, le contraddizioni della società statunitense non potranno essere nascoste. Gli Stati Uniti sono tra le nazioni in cui ogni giorno si muore di più per violenze da armi da fuoco e impossibilità di accedere alle cure sanitarie, una delle peggiori nazioni del mondo, tali verità non potranno più essere tenute nascoste a lungo, ogni propaganda ha un limite.

  • C’è una linea rossa che collega Sanders, la vittoria di Sinn Fein in Irlanda ed il nuovo corso della Chiesa Cattolica di Francesco? Stiamo assistendo ad un rifiuto globale del puritanesimo anglosassone ovvero il nucleo metafisico dell’imperialismo nord-americano?

Questa tua ultima, più che una domanda, è un invito a scrivere un saggio sul tema. Intanto è evidente che i riferimenti culturali e ideologici, perché le ideologie ci sono sempre, anche quando si finge che non esistano, l’ideologia del consumismo capitalista è ad esempio tra le meno dichiarate e più durevoli che ci siano, stiano cambiando. Dall’altro non è possibile etichettare e incanalare in schemi semplificatori pensieri complessi e articolati. Papa Bergoglio dice quello che pensa e – a seconda di come lo si legga – può essere strattonato da una parte e dall’altra, ha scritto “Terra, tetto e lavoro”, un libro che ha supportato tante battaglie del socialismo bolivariano, ha criticato l’ideologia “gender”, ha aperto le porte del Vaticano ai migranti, sono scelte che non si possono immediatamente ricollocare politicamente, il papa è un capo di stato e fa la sua politica, come i suoi predecessori, ma in Bergoglio mi pare prevalga un certo interesse universale per i destini della chiesa cattolica, piuttosto che una dichiarata scelta di campo, come ad esempio aveva compiuto Giovanni Paolo II, a cui delle sorti della chiesa è sempre interessato poco, essendo un sincero militante anticomunista e amico di dittatori come Videla e Pinochet. La religione come parte preponderante dell’identità personale e collettiva dei singoli e dei popoli è un dato rilevante di questo inizio del XXI secolo, non capirlo, non interessarsene, fare professione di scomposto ateismo, vuol dire non capire nulla del tempo presente, più che mai in Europa in cui le nuove forme del proletariato sono rappresentate da arabi e latinoamericani che dalla loro religione derivano la loro identità. La diffusione del protestantesimo in Africa e in America – Latina, nelle sue forme di estremismo legato a gruppuscoli dai nomi stravaganti, ha come obiettivo in molti casi quello di tenere lontani i cittadini da qualsiasi idea di cambiamento sociale e guarda caso i suoi finanziatori sono proprio quelle multinazionali speculative che difendono e pretendono per i loro interessi di mantenere l’unipolarismo. Bolsonaro ha vinto con l’appoggio di questi gruppi, Lopez Obrador genialmente è riuscito a sottrarli alle destre conservatrici con una alleanza del tutto inedita e ha impedito così al fronte parafascista di prendere il sopravvento in Messico. Affrontare il tema della metafisica dell’imperialismo è affascinante e credo che i marxisti dovrebbero dedicare maggiore studio all’insieme delle dinamiche ideologiche che sottendono all’azione politica del tempo presente, in ogni parte del mondo, tuttavia, come detto, qui ci addentriamo in un vasta complessità che esula, con tutta evidenza, da una breve intervista.

Stefano Zecchinelli

Politica Internazionale RS

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