La sinistra e la nazione

Da La sinistra e la nazione articolo di Domenico Losurdo pubblicato su Comunismo e Comunità Numero 5 (gennaio-giugno 2011)

Patriottismo contro sciovinismo

Ma questo insistere sulla questione nazionale non corre il rischio di preparare la via allo sciovinismo? Detto in altri termini: c’è una differenza tra la difesa della dignità nazionale e l’indipendenza e un nazionalismo aggressivo ed esaltato? Nonostante le somiglianze superficiali o le assonanze, in questo caso abbiamo a che fare con due atteggiamenti completamente diversi. L’uno è universalizzabile, l’altro no. Il riconoscimento e la difesa della dignità di una nazione sono perfettamente compatibili con il riconoscimento e la difesa della dignità delle altre nazioni. Evidentemente, la categoria di “Herrenvolk” o di “Herrenrasse” non è invece universalizzabile. Un “Herrenvolk” può esistere solo se esistono anche popoli inferiori, destinati alla servitù. Considerazioni simili è possibile farle anche in relazione alla categoria di “popolo eletto”, particolarmente apprezzata da Bush jr. il quale, senza esitare, ha proclamato il dogma: ”La nostra nazione è prescelta da Dio ed ha il mandato storico di essere un modello per il mondo”. Non si tratta di una voce isolata. Ascoltiamo a tal proposito Clinton: l’America “deve continuare a guidare il mondo”, “ la nostra missione è atemporale”. Tornando indietro a Bush senior: “Io vedo nell’America la nazione guida, l’unica con una missione speciale in questo mondo”. Diamo infine la parola a Kissinger: “Il compito di guidare il mondo inerisce agli U.S.A. ed ai suoi valori”. È chiaro che la categoria di popolo eletto non è universalizzabile, poiché è carica di una missione speciale e a lei è affidato il compito eterno di guidare il mondo. Quest’idea può condurre a conflitti esplosivi. Per comprendere ciò è sufficiente paragonare le dichiarazioni appena citate con una affermazione attribuita a Hitler: “ E’ impossibile che esistano due popoli eletti. Noi siamo il popolo di Dio”. Anche se molto diverse sotto molteplici altri aspetti, queste due ideologie qui paragonate hanno qualcosa in comune: esprimono un’idea di nazione che è talmente enfatica e esclusiva, da rendere impossibile ogni universalizzazione. E proprio questo è il nucleo centrale del nazionalismo, dello sciovinismo o dell’egemonismo, per utilizzare, in questo caso, il linguaggio della dirigenza cinese. Il rifiuto del nazionalismo, dello sciovinismo o dell’egemonismo non è affatto sinonimo del nichilismo nazionale. Seguendo una indicazione di Hegel, possiamo dire che le nazioni sono come gli individui. In un ordine democratico mondiale la richiesta di una difesa della dignità degli individui non è in contraddizione con la salvaguardia della dignità che appartiene di diritto ad ogni individuo. In una visione del mondo aristocratica invece, l’affermazione dell’onore di un individuo privilegiato richiede l’umiliazione o l’abbassamento della massa degli individui comuni o profani. La lotta contro i privilegi in una determinata società non significa disconoscere il valore dell’individuo, ma al contrario sostenerne l’universalità. Considerazioni simili valgono per i rapporti tra le entità nazionali e statali. Per dirla con Gramsci nel giornale “Ordine Nuovo” “nell’internazionale comunista (…) ogni Stato, ogni istituzione, ogni individuo troverà il pieno compimento della vita e della libertà”.

La nazione, il socialismo e il gioco delle analogie. Nonostante ciò alcuni intellettuali di sinistra non si arrendono. Per dimostrare che la categoria di nazione è completamente avvelenata a livello politico, coltivano un hobby che spesso trova assonanza presso gli intellettuali: lo si potrebbe definire il gioco delle analogie, delle assonanze ovvero dell’assonanza. Un ampio dibattito è stato suscitato alcuni anni fa da un libro di Goetz Aly, che con gioia ha sottolineato un linguaggio in un certo senso di sinistra utilizzato dai “bonzi” del Terzo Reich. Essi pretendevano per la Germania lo “stato sociale popolare”, lo “stato sociale” e addirittura il socialismo. Davanti a questa analogia o a questa assonanza coloro i quali continuavano a usare queste parole d’ordine correvano il rischio di essere visti come epigoni di Hitler. In effetti, il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori tedeschi si presentò sin dall’inizio come un partito “socialista” dei “lavoratori” e non a caso sventolava la bandiera rossa. Come lo stesso Aly riconosce, lo “stato sociale” o il “socialismo” del Terzo Reich valeva solo per la razza superiore, era il “socialismo del buon sangue”. E se Alfred Rosenberg, come sappiamo, celebra il “pensiero dello stato razzista” non agita la bandiera rossa stravolta dai nazisti con la croce uncinata, ma in realtà si richiama all’esempio degli Stati Uniti dove, soprattutto nel sud la gerarchia razziale era profondamente radicata e i neri erano ancora una razza semi-schiavistica. Abbiamo già visto che Hitler si immaginava la conquista dell’Europa orientale secondo il modello dell’espansione della razza bianca e degli USA. Lì la decimazione della popolazione nativa aveva liberato vasti territori. I proletari bianchi avevano cessato di essere proletari e si erano trasformati in proprietari terrieri e in un certo senso avevano anticipato lo “stato sociale” e lo “stato sociale del buon sangue” propagandato dal Terzo Reich. Qual’è la base dell’ideologia nazista attorno alla quale ruota tutto?          E’ l’idea dello “stato sociale” e del “socialismo” o non è piuttosto il “pensiero dello stato razziale” e la pretesa di un dominio incontrastato del “buon sangue”? Il bello del gioco delle analogie e delle assonanze è proprio che permette di isolare una singola parola e quindi di raggiungere l’obiettivo desiderato. Aly formula in maniera chiara il suo punto di vista: “ Alla fine della repubblica di Weimar non pochi degli ultimi attivisti nazionalsocialisti avevano fatto esperienze comuniste-nazionalsocialiste”.   In questo caso si mostra in maniera evidente la supposta corrispondenza tra socialisti e comunisti da una parte e i nazisti dall’altra! Il Partito Nazionalsocialista tedesco dei Lavoratori si definiva anche “nazionale” e “tedesco” e così coloro che parlano di nazione vengono sospettati di riprendere il linguaggio del Terzo Reich. Ma in realtà il partito di Hitler non voleva essere dei “tedeschi” ma degli “ariani” e questo significò sin dall’inizio una lacerazione radicale della nazione tedesca. Furono esclusi e perseguitati i “bastardi della Renania” ( i bambini nati dalle unioni di truppe d’occupazione francesi di origine africana e donne tedesche) gli ebrei, gli zingari e tutti coloro che si erano resi colpevoli della “infamia razziale”, allorché entravano in relazione con le razze inferiori. Vennero infine esclusi i socialisti, i comunisti e tutti coloro che dimostravano anch’essi di essere di “genere” e di “razze straniere” quando favorivano o tolleravano l’ “infamia razziale”. La “nazione” e la “razza” non sono affatto la stessa cosa. La prima si basa sull’idea dell’uguaglianza dei cittadini, la seconda sull’idea della disuguaglianza. Di ciò era ben consapevole Gobineau. L’autore dell’ Essai sur l’inégalite des races humaines esprime tutto il suo disprezzo per la parola “patria” che santifica l’avvento della “massa” e legittima il “miscuglio etnico”. Qui abbiamo a che fare con una categoria che rimanda alla rivoluzione francese. Il che viene sottolineato anche da Spengler nel 1933: “Era l’uguaglianza che […] fece risuonare il grido Vive la nation”. A sua volta Rosenberg condanna “l’entusiasmo per il nazionalismo in se stesso”. Una volta generalizzata, “la parola d’ordine del diritto all’autodeterminazione dei popoli” serve a “tutti gli elementi inferiori di questo globo a rivendicare per loro stessi la libertà”. Ma questo gioco delle analogie e delle assonanze, disprezza la fatica dell’analisi concettuale e della ricerca storica. Per una certa sinistra, chi non si risolva a stigmatizzare la nazione come concetto reazionario e confuso è, nella migliore delle ipotesi, vittima di un’inquietante confusione ideologica. Adesso la classe dominante può dormire tranquilla. Allorché parlano di “socialismo” e di “operai” o di “nazione”, i socialisti e i comunisti possono essere screditati come sodali ideologici del partito hitleriano, del “Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori”. Sarebbe però il caso di sottolineare la circostanza, che con il procedimento appena utilizzato si potrebbe gettare il discredito su tutte le parole d’ordine. Si pensi alla “democrazia”. Come si chiamava il partito statunitense che più di tutti gli altri si spese per la difesa della schiavitù e, in seguito, per il regime terroristico della white supremacy ? Si chiamava partito “democratico”! Dovremmo dunque considerare la “democrazia” come sinonimo del sistema schiavistico e del razzismo? In realtà la storia porta a una conclusione completamente diversa. Alla democrazia si richiamarono per primi Robespierre e i giacobini, che poi abolirono la schiavitù nella colonie francesi. Poco dopo negli U.S.A. e specie negli stati del sud si ispirarono a questa parola d’ordine quelli che per “democrazia” intendevano l’autogoverno degli schiavisti e dei colonialisti, protesi a espropriare gli indiani delle loro terre. Complessivamente si trattava di una classe che – libera e “democratica” – senza l’intrusione del potere centrale, voleva godersi la proprietà della terra rubata agli indiani e il possesso degli schiavi, destinati a lavorare questa terra. Con il crollo dell’Ancien Regime il consenso dal basso e la volontà popolare erano diventati l’unico criterio di legittimazione efficace del potere. Per questo si sviluppò una lotta ideologica molto aspra tra la democrazia abolizionista, che aveva come scopo l’abolizione della 51 Comunismo e Comunità schiavitù, e quella che possiamo chiamare la “democrazia del sangue buono” o Herrenvolk democracy. Se guardiamo al socialismo, nel XX.mo secolo avviene qualcosa di simile. Dopo la carneficina della prima guerra mondiale e l’estendersi della crisi economica, il termine “Liberalismo” sarebbe diventato – così costata amaramente Ludwig von Mises nel 1927 – “impopolare”. Anche la reazione è dunque obbligata a muoversi sul terreno del socialismo. È così che si spiega l’ascesa e la presa del potere del nazismo. In questo modo si crea uno scontro tremendo. Da una parte, nella Russia sovietica, un socialismo che chiama gli schiavi delle colonie a rompere le catene e dall’altra parte, nella Germania hitleriana, un “socialismo del buon sangue”, che vuole fondarsi su una ripresa e una radicalizzazione della tradizione coloniale. Ora siamo finalmente in condizione di comprendere la lotta ideologica che si è creata attorno alla idea di “nazione”. Quest’idea si impone con la Rivoluzione francese e all’interno rimanda alla égalité (uguaglianza) che dovrebbe regnare fra liberi cittadini e a livello internazionale alla fraternité (fratellanza) proprio fra le nazioni. È vero che in seguito l’imperialismo ha tentato di sfruttare l’idea di nazionalismo interpretandola in senso esclusivistico. Ma si tratta di un procedimento che assomiglia a quello che abbiamo già incontrato nel caso della “democrazia” e del “socialismo”. A ragione nel 1935 Dimitroff, e proprio al fine di poter meglio organizzare la lotta soprattutto contro l’imperialismo hitleriano, sollecitò il movimento comunista a liberarsi da ogni “nihilismo nazionale”. La lotta ideologica ha qualcosa in comune con la lotta militare. L’esercito che si trova in una situazione difficile cerca di far luce sul segreto della superiorità militare dell’esercito nemico e qualcosa del genere avviene anche sul terreno ideologico. In questo senso si spiega il passaggio di determinate parole d’ordine da una campo a quello opposto. Ma solo osservatori superficiali potrebbero prendere per affinità ideologica questa somiglianza nel linguaggio, che è espressione di antagonismo. Tutte le parole chiave del discorso politico diventano in pratica campo da battaglia di opposti schieramenti politici e sociali. Questa dialettica si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Prodotta dalla rivoluzione francese, la parola d’ordine dei “diritti umani” riecheggia ancora nel canto di lotta dell’Internazionale. Ma oggi, allorché i diritti economici e sociali e il diritto di ogni nazione a vivere in pace e uguaglianza con tutte le altre è stato cancellato dal catalogo di questi diritti, adesso regna quello che viene chiamato “l’imperialismo dei diritti umani”. Oppure si pensi all’internazionalismo. Tutti conoscono la storia significativa sullo sfondo di questa categoria, ma nessuno può trascurare il fatto che oggi negli U.S.A. si definiscono “internationalists” quelli che , in nome dell’espansione della democrazia e dei diritti universali dell’uomo, consolidano teoreticamente il diritto sovrano di Washington a intervenire in tutto il mondo imponendogli la propria volontà. Soffermiamoci, infine, sull’idea di rivoluzione. Furono in prima linea i grandi movimenti emancipatori a propagarla. Ma questo non impedì a fascisti e nazisti a glorificare la loro “rivoluzione” e in modo simile si esprimono oggi i neo-conservatori statunitensi, ad esempio Robert Kagan, che per rivoluzione intendono l’esportazione della “democrazia” e del libero mercato con le bombe. Coloro i quali cercano volentieri analogie e assonanze possono ovviamente continuare questo gioco. È un gioco simpatico che può anche portare a rovesciamenti divertenti. Se, per esempio, una certa sinistra proclama il proprio sovrano disprezzo per l’idea di nazione e di sovranità, non si esprime in modo molto diverso da Gobineau. Ma pure da questo gioco emerge chiaramente una verità: il nichilismo nazionale non assicura affatto una purezza rivoluzionaria. E se infine lasciassimo da parte questo gioco, potremmo trarre un insegnamento ancora più importante sia dai classici della teoria rivoluzionaria che anche dall’esperienza storica: con il nichilismo nazionale un movimento d’opposizione perde la possibilità di un autentico radicamento sociale e di un autentico movimento di massa e rinuncia de facto non solo alla rivoluzione ma anche a un cambiamento reale e significativo dei rapporti politici e sociali in ambito nazionale e internazionale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.