Economia di guerra

Siamo agli esordi di un’economia di guerra, i cui sviluppi dipendono dall’evolversi della situazione sanitaria. La nazione, attraverso gli atti dello Stato, decide di perseguire un obiettivo a cui vanno subordinati gran parte degli interessi individuali.

Mi preme sottolineare come l’economia di guerra di oggi differisca dall’economia di guerra vera e propria. In caso di guerra gli interessi indicati come “interessi della nazione” storicamente non sono coincisi con gli interessi di tutta la popolazione. Non così nel caso del Covid-19: tra individuo e nazione non c’è, per ora, l’esigenza che esista un demiurgo capace di imporre coattivamente che l’interesse di una parte della nazione, che si arroga il diritto di rappresentare l’intero, coincida con l’interesse di tutti gli individui. Tutti (tendenzialmente tutti) gli individui sono cioè oggi d’accordo nel sacrificare alcuni dei loro interessi per conseguirne altri, ritenuti prioritari o indispensabili per perseguire anche quelli che, momentaneamente, vengono sacrificati. Siamo insomma lontani dalla retorica nazionalistica tipica del bellicismo novecentesco[1].

Questa esperienza è di importanza decisiva perché insegna che l’opera collettiva può avere un obiettivo che va a beneficio di tutti e che si può raggiungere solo attraverso l’azione dello Stato. È un’esperienza fondamentale perché ricorda a tutti che frutto di uno sforzo collettivo immane e straordinario può non essere soltanto il conflitto armato: ma può invece essere una “guerra” di carattere sociale, come la lotta al Covid-19 e quindi la creazione di una sanità capace di garantire il diritto alla salute a tutti.

È doveroso chiedersi se eravamo preparati ad affrontare questa guerra. La risposta è negativa e una prima analisi di quanto è accaduto in Corea del Sud avverte che la crisi poteva essere affrontata in modo diverso. Non nell’immediato, ma come preparazione di medio-lungo periodo ad una crisi di questo tipo.

Per quale motivo non eravamo preparati? Perché la collettività ha ostinatamente perseguito l’utopia liberista. Oltre ai tagli alla sanità vanno ricordati i tagli alla ricerca scientifica. Alcuni commentatori temono un ritorno dello “statalismo”, dell’IRI. Questi timori nascondono una totale mancanza di comprensione dello stato delle cose. L’economia di guerra, di fatto, ha sempre posto in crisi il paradigma economico liberista. Lo Stato, può e deve scegliere, ed ha scelto nel corso della storia, molte forme di intervento economico per raggiungere i propri obiettivi. È infine necessario rendersi conto, una volta per sempre, che, come ha scritto A. Smith, coloro che per mestiere perseguono il profitto non hanno le capacità per concepire e perseguire l’interessegenerale.

È segno del cambiamento dei tempi che, di fronte al tracollo del trasporto aereo mondiale, Alitalia venga nazionalizzata (art. 79 del Decreto Legge 17 marzo). Saranno però davvero tempi nuovi quando si proporranno ragionamenti e provvedimenti lungimiranti – ben diversi da quelli invocati da alcune voci Confindustriali – in tema di sicurezza del lavoro, capaci di superare la stagione della deregolamentazione selvaggia del mercato del lavoro. Forse non è un caso che la geografia del Covid-19 si sovrapponga a quella delle fabbriche e dei posti di lavoro.

Purtroppo, l’egemonia culturale liberista è riuscita a trasformare il reddito di cittadinanza in una politica attiva del lavoro. Ed è singolare che ora non si pensi ad una sua estensione per fronteggiare la crisi in corso. È utopistico pensare di tamponare la crisi economica incipiente dando 600 euro al mese alle partite IVA. Tuttavia, rassicura la consapevolezza del governo italiano, che siamo di fronte solo ad una prima serie di provvedimenti.

L’importante è che si abbia la certezza che i tempi del collasso economico non sono quelli degli iter burocratici per i mutui o dei “criteri di eleggibilità”. Ci vogliono provvedimenti coraggiosi, universali, di immediata praticabilità. Il QE non può finanziare la speculazione finanziaria o incanalarsi, affidandosi alle banche private, solo faticosamente negli investimenti privati, ma oggi deve finanziare i consumi, oltre che gli investimenti pubblici. Quella parte di pubblica opinione che ha avuto occasione di difendere nientemeno che l’operato del gruppo Atlantia[2], è oggi preoccupata, ancora più incredibile a dirsi, che un QE che arrivasse direttamente nelle tasche dei cittadini provochi inflazione![3] Naturalmente, in ogni guerra si sviluppano processi inflattivi e già c’è qualche segnale di improvviso innalzamento dei prezzi per alcuni beni sanitari e si sta innescando, come in ogni guerra, la disputa in proposito[4]. Diciamo che di fronte al rischio molto concreto e incombente del tracollo dell’economia non solo italiana, ma europea e mondiale, sarà cura, a tempo debito, dei governi avveduti appunto governare questi processi. Che tutto ciò implichi un deciso intervento pubblico non ho dubbio alcuno: basta non riproporre quelle politiche economiche improntate all’austerità neo-liberista ansiosa di disfarsi del “collettivismo di guerra” dettate anche da Confindustria che segnarono il trionfo del fascismo nei primi anni Venti del Novecento.

La guerra lampo nell’era della produzione industriale ha sempre lasciato il posto alla guerra di posizione, la guerra chirurgica, alla “guerra totale”. L’economia di guerra mobilita una immensa quantità di risorse. Come ottenerle? Le alternative sono sempre state molto chiare: imposte, debito o carta-moneta. La guerra, ci insegnano gli economisti più avveduti[5], si fa con la carta-moneta e quindi con la monetizzazione del debito pubblico. Non ci sono alternativerealistiche. Tanto più oggi che siamo di fronte al collasso di interi settori industriali.

Dopo un primo tentativo di “grecizzare” l’Italia, la BCE pare voglia monetizzare il debito pubblico. Una monetizzazione che tuttavia appare ancora timida perché i meccanismi attuali del QE sono ancora succubi delle logiche nazionali, nella tragica illusione che la logica della crisi sia governabile con le logiche delle regole europee attuali. La partita non è affatto finita, insomma. Potrebbero darsi, come sembra preannunciare l’auspicabile fine del patto di stabilità, i giorni di una radicale riforma dell’Unione Europea (molto lucide le tesi sostenute da P. Savona in audizione alle Camere[6]) in senso politico e sociale. Oppure, e non dobbiamo augurarcelo, potrebbero darsi i giorni in cui a livello europeo prevalgono gli egoismi nazionali (la parte che si fa tutto, il ricorso al MES come strumento per “grecizzare” prima o poi l’Italia), suscitando così anche nel nostro paese drammatici conflitti sociali, che potrebbero rendere inevitabile la fine dell’Europa attuale, moneta unica compresa.

NOTE

[1] Cfr. P. Flores D’Arcais, Filosofia e virus: le farneticazioni di Giorgio Agamben, MicroMega-on line, 16 marzo 2020.
[2] R. Hamaui, Cosa ci insegna il caso Atlantia, 4 febbraio 2020: https://www.lavoce.info/archives/tag/autostrade-per-litalia/

[3] Cfr. T. Monacelli, Soldi dagli elicotteri: si può fare?, 20 marzo 2020: https://www.lavoce.info/archives/64449/soldi-dagli-elicotteri-si-puo-fare/

[4] Cfr. A. Baffigi, G. Gabbuti, Speculatori, economisti e pappagalli, JacobinItalia, 28 febbraio 2020: https://jacobinitalia.it/speculatori-economisti-e-pappagalli/

[5] Indispensabile leggere J.K. Galbraith, La Moneta, Milano, Mondadori, 1979.

[6]Cfr: http://www.politicheeuropee.gov.it/it/comunicazione/mediagallery/video/audizione-del-ministro-savona-sulle-prospettive-di-riforma-ue/

Luca Michelini (23 marzo 2020)

MicroMega

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